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Installazione incentrata sulle
relazioni tra architettura e proiezioni, dove queste ultime
assumono la prima come matrice delle proprie forme in movimento. Le geometrie luminose
proiettate su pilastri e architrave non si risolvono in pure
astrazioni, ma evocano forme archetipiche, dolmen, menhir. Una
seconda videoproiezione, su una parete, della stessa immagine,
ricompone quest’ultima sul piano come in un procedimento
anamorfico, componendosi allo stesso tempo formalmente col resto
dell’installazione. Lungo il perimetro della galleria, una
“fessura” di luce percorre l’attacco delle pareti al
pavimento, contribuendo a questo “spettacolo dello spazio”, che
relaziona (da diversi punti di vista: sensibile, concettuale,
simbolico) il sentimento dell’architettura e quello dello
schermo. Anche il suono (incalzante composizione di rumori e
boati composta da Marco Schiavoni) è concepito con funzione
plastica e spaziale. L'istallazione è concepita dall'autore
secondo il criterio da lui chiamato "teatro
dei luoghi".
La critica
«L’artista ha ricreato al computer l’esatta
prospettiva di architravi e colonne di una delle due
sale del museo, videoproiettandola poi
sull’architettura concreta: il risultato è un gioco
in cui il modello virtuale si sovrappone alla
struttura reale animandola, rendendola una vera e
propria scultura cinetica. Attraverso una
successione ripetuta a loop di appiattimenti e
fughe, coincidenze e distacchi, accelerazioni e
rallentamenti, Crisafulli ha insomma alleggerito
l’architettura fascista e razionalista dello spazio
museale, gli ha infuso nuova vita, colore, ritmo,
vibrazione. Contribuisce all’effetto (minimalista,
ma fortemente suggestivo) anche l’elaborazione
sonora di Marco Schiavoni, anch’essa concepita
architettonicamente».
Bruno Di
Marino, «il manifesto», 10 gennaio 2004
«In stretta relazione con l’ambiente, i suoi
caratteri e le sue partizioni architettoniche,
Crisafulli attiva una macchina visivo-sonora che si
sovrappone alla volumetria presente e reale, la dota
di nuovi attributi, percettivi, ottici e sensoriali,
e tende a far assumere allo spazio l’aspetto e la
sostanza di un’astrazione in continua
trasformazione. O, come dice l’autore, propone una
sorta di reale e, al tempo stesso, virtuale
spettacolo dell’architettura, compreso il suono che
qui svolge anch’esso un ruolo “architettonico”.
[...]
L’installazione sembra così rispondere allo scopo
sia di coinvolgere in un unico processo il luogo,
nel quale l’opera si genera e dal quale appare
addirittura generata, sia di rendere esplicito il
passaggio dall’idea astratta di spazio ad un’ipotesi
di sua figurazione e definizione fisica, per quanto
oscillante ed in costante, spettacolare
trasformazione».
Mario De
Candia, «La Repubblica/Trovaroma», 15-21 gennaio
2004
«Architettura mobile è una riflessione sullo spazio, sulla
stasi e il movimento, sui rapporti tra reale e
virtuale, immagine e corpo, volume e bidimensionalità, nonché sulla ricchezza di
potenzialità nelle associazioni immagine/suono (fa
parte del lavoro un sonoro concreto e incalzante di
Marco Schiavoni, fatto di tonfi, echi,
trascinamenti). […] Crisafulli ha proiettato
geometrie colorate in movimento, create al computer,
sui volumi delle travi e dei pilastri di una sala
del Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea
dell’Università di Roma “La Sapienza”, facendole
coincidere esattamente con essi. Il medesimo video è
proiettato contemporaneamente sullo “schermo piatto”
della parete di fondo della sala. Con esiti
totalmente differenti dell’immagine nelle tre e
nelle due dimensioni, che però si richiamano
continuamente attraverso la simultaneità delle
forme, dei colori e dei movimenti.
Con procedimento simile Crisafulli era già
intervenuto alla Torre Valadier di Ponte Milvio
(nella prima “Notte bianca” romana, 2003), facendo
rivivere il monumento con una straordinaria
“animazione” ritmata e astratta, per certi versi
vicina – con forme nuove
– al cinema sperimentale di Fernand Léger.
In Architettura mobile, le forme in fuga
create a partire dalla visione laterale
dell’architettura –
su di essa riproiettate
– si compongono alla vista frontale in
calligrafie mobili, come in un procedimento
anamorfico. La luce anima l’architettura e la rende
capace di traslare dalla tridimensionalità alla
bidimensionalità e ritorno.
Dal punto di vista sensibile come da quello
concettuale c’è qualcosa che ricorda James Turrell e
le sue ricerche sullo spazio, la percezione e la
luce, considerata anche dall’artista americano non
funzione del vedere-altro ma elemento in sé,
materiale che con l’architettura intesse un rapporto
privilegiato. Ma se Turrell ama l’incanto calmo
dello spazio e della luce, Crisafulli gioca di più
sul ritmo, la dinamicità, la teatralità del lavoro.
E cerca, nelle altre relazioni con l’ambiente reale,
un supplemento di poesia. Se le linee
dell’architettura fuggono, altra luce si incanala in
questo movimento: una “fessura” luminosa bianca
segue gli angoli che il pavimento forma con due
pareti e quello che le pareti formano tra loro,
disegnando gli assi cartesiani dello spazio
espositivo. Questa luce, di cui non si individua la
provenienza, ha una qualità “energetica”, misteriosa
ed emozionante».
Silvia
Tarquini,
<www.luxflux.net>, marzo
2004
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