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>INSTALLAZIONI<
 

 


Forest - 2005
 

 

foto Stefano Felicetti

 

video

percorso installativo. Videoediting Stefano Felicetti. Suono Marco Schiavoni. Fonica Ernesto Ranieri. Assistente scenografa Antonella Conte. Produzione Gruppo Arte Teatro Danza – Il Pudore Bene in Vista, in collaborazione con Synergy Leo Burnett, Belgrado, e Philip Morris, Serbia.
inaugurazione: Belgrado
, Muzej "25 Maj", 26 novembre 2005


«Sul criterio dell’“animazione” dello spazio, affidata alla coincidenza temporanea e mobile tra luogo e luce, si fondava Forest, installazione realizzata in un museo di Belgrado nel 2005. In quel caso non si è trattato di rapportarsi con un luogo esistente, ma con un luogo nuovo, appositamente creato, del quale i visitatori entravano a far parte, costituito da un susseguirsi di ambienti/avvenimenti concatenati. Il percorso comprendeva tre grandi sale. Nella prima si svolgeva un buffet, un reale momento di accoglienza e intrattenimento, con i cibi disposti su un certo numero di tavoli ovali, che durava un tempo determinato. Nella seconda, alla quale i visitatori potevano accedere solo da un certo momento in poi della serata, venivano proiettate, su dei grandi tavoli attaccati alle pareti, della stessa forma dei tavoli del rinfresco “reale”, le riprese dall’alto di un buffet precedentemente ricostruito in studio con un gruppo di comparse, esattamente con lo stesso cibo, le stesse vettovaglie, le stesse decorazioni del buffet vero. Nelle proiezioni, coincidenti con i tavoli, si vedevano le braccia delle comparse impegnate nel buffet. Al pubblico poteva sembrare di riconoscersi in quelle immagini, ma i tempi irreali, le azioni accelerate, lo svuotarsi a volte repentino dei piatti e l’animazione dei piatti stessi, il loro muoversi sul tavolo, conferiva alla scena un carattere astratto e surreale che rendeva quel riconoscimento dubbio ed enigmatico. Nel terzo ambiente una sala di 600 mq. totalmente oscurata e dipinta di nero, che si intravedeva attraverso un’apertura dalla stanza del buffet “virtuale” si trovava poi la “foresta” che ha dato titolo al lavoro: una selva luminosa e mobile nella quale il pubblico entrava e si immergeva, costituita da una serie di oggetti geometrici (aste alte 5 metri, e tondi) che si muovevano e coloravano incessantemente attraverso “ritagli” di videoproiezioni che su di essi si sovrapponevano esattamente. La luce sugli oggetti compariva, scompariva, pulsava, scorreva, si accendeva in modo intermittente o a flash, sfumava, cambiando incessantemente il paesaggio. Il suono mandato nella sala conteneva anche le voci, registrate di nascosto nella stanza del rinfresco “vero” e riportate in differita nella sala, dei visitatori, che, ancora una volta non senza incertezze, potevano avere l’impressione di riconoscersi in quei suoni. Cosa che contribuiva al generale esito di risonanza tra “folla” e “foresta”, persone e oggetti luminosi» (Fabrizio Crisafulli, La luce per il teatro, in Aa.Vv., Manuale di Progettazione Illuminotecnica, a cura di Marco Frascarolo, Gruppo Mancosu Editore, Roma, 2010, vol. II, p. G392).

 

La critica

«Se [in altri lavori] la luce di Crisafulli si confronta con la “massa” architettonica e con il "luogo come testo”, in [questa] grande installazione, Forest and Virtual Buffet, promossa dalla Philip Morris in collaborazione con Synergy Leo Burnett, e realizzata al Muzej “25 Maj” di Belgrado, l'“incontro” avviene sempre con il luogo, ma questa volta inteso in un senso più ampio, antropologico. Si tratta del luogo momentaneo costituito dall'occasione umana della festa inaugurale dell'installazione stessa. In una prima grande sala, tutta bianca, si svolge un vero e proprio ricevimento, con buffet e concerto dal vivo, concepiti, nelle loro dinamiche, dall'artista stesso. Nella stanza attigua, un “buffet virtuale”, ripetizione immaginifica di quello “reale”: entro la volta di un cielo stellato, in un ambiente sonoro di tintinnii e piccole esplosioni, galleggiano due grandi tavoli ovali, come astronavi in quel firmamento. Sui tavoli, che hanno la stessa forma e le stesse proporzioni di quelli del vero ricevimento, è videoproiettato un “buffet” ripreso dall'alto, preliminarmente realizzato con un gruppo di comparse in uno studio televisivo, con tavoli, oggetti e cibi del tutto simili a quelli poi impiegati nella festa: le braccia dei “finti” invitati entrano ed escono dall'ovale-immagine, con ironici giochi di ralenti e accelerazione. Lo spettatore può forse riconoscersi in esse.
Nell'ambiente successivo – una grande sala di 600 mq, tutta nera e buia, speculare, per dimensioni e orientamento, allo spazio bianco del ricevimento, – c'è la “foresta”, popolata da una selva di forme che alludono al luogo antropologico “folla” (il sonoro dell'installazione chiarisce questo aspetto, riproducendo in differita immediata le voci reali delle persone e la musica dal vivo microfonate nella stanza della festa). Forest consiste di 47 aste, lunghe 3- 4 metri e larghe 25 cm , fissate a terra su di un piedistallo, con inclinazioni e direzioni diverse. Qua e là, pendenti dal soffitto, alcune “lune”. Aste e lune sono gli “schermi” sui quali [...] vengono proiettate forme di luce dinamica esattamente coincidenti. I supporti sono fissi, ma la foresta vive di luce, si muove, pulsa, mostra fibrillazioni, dissolve, torna. Se l'astrazione di queste forme e colori fa pensare a Kandinskij, si tratta però di un Kandinskij trasportato nella cubatura nera di uno spazio “teatrale” e invitato ad eseguire una performance la cui matrice è costituita, secondo il criterio del teatro dei luoghi, dalla situazione stessa e in questo caso da un evento sociale di incontro. La reazione del pubblico di Belgrado, un “pubblico” recentemente bombardato da bombe vere e non solo da bollettini di guerra, è stata di penetrazione di quello spazio e dell'opera, di sperimentazione e misura dei percorsi possibili, di verifica tattile della presenza di corpi, di baci al buio sotto le “lune”».
Silvia Tarquini, «Luxflux Proto-type Arte Contemporanea», n. 17, 2005



 

 

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