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«Sul
criterio dell’“animazione” dello spazio, affidata alla
coincidenza temporanea e mobile tra luogo e luce, si fondava
Forest, installazione realizzata in un museo di Belgrado nel
2005. In quel caso non si è trattato di rapportarsi con un luogo
esistente, ma con un luogo nuovo, appositamente creato, del
quale i visitatori entravano a far parte, costituito da un
susseguirsi di ambienti/avvenimenti concatenati. Il percorso
comprendeva tre grandi sale. Nella prima si svolgeva un buffet,
un reale momento di accoglienza e intrattenimento, con i cibi
disposti su un certo numero di tavoli ovali, che durava un tempo
determinato. Nella
seconda, alla quale i visitatori potevano accedere solo da un
certo momento in poi della serata, venivano proiettate, su dei
grandi tavoli attaccati alle pareti, della stessa forma dei
tavoli del rinfresco “reale”, le riprese dall’alto di un buffet
precedentemente ricostruito in studio con un gruppo di comparse,
esattamente con lo stesso cibo, le stesse vettovaglie, le stesse
decorazioni del buffet vero. Nelle proiezioni, coincidenti con i
tavoli, si vedevano le braccia delle comparse impegnate nel
buffet. Al pubblico poteva sembrare di riconoscersi in quelle
immagini, ma i tempi irreali, le azioni accelerate, lo svuotarsi
a volte repentino dei piatti e l’animazione dei piatti stessi,
il loro muoversi sul tavolo, conferiva alla scena un carattere
astratto e surreale che rendeva quel riconoscimento dubbio ed
enigmatico. Nel terzo ambiente
–
una sala di
600 mq. totalmente oscurata e dipinta di nero,
che si intravedeva attraverso
un’apertura dalla stanza del buffet “virtuale”
–
si trovava
poi la “foresta” che ha dato titolo al lavoro: una selva
luminosa e mobile
nella quale il pubblico entrava e si immergeva, costituita da
una serie di oggetti geometrici (aste alte 5 metri, e tondi) che
si muovevano e coloravano incessantemente attraverso “ritagli”
di videoproiezioni che su di essi si sovrapponevano esattamente.
La luce sugli oggetti compariva, scompariva, pulsava, scorreva,
si accendeva in modo intermittente o a flash, sfumava, cambiando
incessantemente il paesaggio. Il suono mandato nella sala
conteneva anche le voci, registrate di nascosto nella stanza del
rinfresco “vero” e riportate in differita nella sala, dei
visitatori, che, ancora una volta non senza incertezze, potevano
avere l’impressione di riconoscersi in quei suoni. Cosa che
contribuiva al generale esito di risonanza tra “folla” e
“foresta”, persone e oggetti luminosi»
(Fabrizio Crisafulli, La luce per il teatro, in
Aa.Vv., Manuale di Progettazione Illuminotecnica, a cura
di Marco Frascarolo, Gruppo Mancosu Editore, Roma, 2010, vol. II,
p. G392).
La critica
«Se
[in
altri lavori] la luce di
Crisafulli si confronta con
la “massa” architettonica e
con il "luogo come testo”,
in [questa] grande
installazione,
Forest
and Virtual Buffet,
promossa dalla Philip Morris
in collaborazione con
Synergy Leo Burnett, e
realizzata al Muzej “25 Maj”
di Belgrado, l'“incontro”
avviene sempre con il luogo,
ma questa volta inteso in un
senso più ampio,
antropologico. Si tratta del
luogo momentaneo costituito
dall'occasione umana della
festa inaugurale
dell'installazione stessa.
In una prima grande sala,
tutta bianca, si svolge un
vero e proprio ricevimento,
con buffet e concerto dal
vivo, concepiti, nelle loro
dinamiche, dall'artista
stesso. Nella stanza
attigua, un “buffet
virtuale”, ripetizione
immaginifica di quello
“reale”: entro la volta di
un cielo stellato, in un
ambiente sonoro di tintinnii
e piccole esplosioni,
galleggiano due grandi
tavoli ovali, come astronavi
in quel firmamento. Sui
tavoli, che hanno la stessa
forma e le stesse
proporzioni di quelli del
vero ricevimento, è
videoproiettato un “buffet”
ripreso dall'alto,
preliminarmente realizzato
con un gruppo di comparse in
uno studio televisivo, con
tavoli, oggetti e cibi del
tutto simili a quelli poi
impiegati nella festa: le
braccia dei “finti” invitati
entrano ed escono
dall'ovale-immagine, con
ironici giochi di
ralenti
e
accelerazione. Lo spettatore
può forse riconoscersi in
esse.
Nell'ambiente
successivo
–
una
grande
sala
di
600
mq,
tutta
nera
e
buia,
speculare,
per
dimensioni
e
orientamento,
allo
spazio
bianco
del
ricevimento,
–
c'è
la
“foresta”,
popolata
da
una
selva
di
forme
che
alludono
al
luogo
antropologico
“folla”
(il
sonoro
dell'installazione
chiarisce
questo
aspetto,
riproducendo
in
differita
immediata
le
voci
reali
delle
persone
e la
musica
dal
vivo
microfonate
nella
stanza
della
festa).
Forest
consiste
di
47
aste,
lunghe
3- 4
metri
e
larghe
25
cm ,
fissate
a
terra
su
di
un
piedistallo,
con
inclinazioni
e
direzioni
diverse.
Qua
e
là,
pendenti
dal
soffitto,
alcune
“lune”.
Aste
e
lune
sono
gli
“schermi”
sui
quali
[...]
vengono
proiettate
forme
di
luce
dinamica
esattamente
coincidenti.
I
supporti
sono
fissi,
ma
la
foresta
vive
di
luce,
si
muove,
pulsa,
mostra
fibrillazioni,
dissolve,
torna.
Se
l'astrazione
di
queste
forme
e
colori
fa
pensare
a
Kandinskij,
si
tratta
però
di
un
Kandinskij
trasportato
nella
cubatura
nera
di
uno
spazio
“teatrale”
e
invitato
ad
eseguire
una
performance
la
cui
matrice
è
costituita,
secondo
il
criterio
del
teatro
dei
luoghi,
dalla
situazione
stessa
e in
questo
caso
da
un
evento
sociale
di
incontro.
La
reazione
del
pubblico
di
Belgrado,
un
“pubblico”
recentemente
bombardato
da
bombe
vere
e
non
solo
da
bollettini
di
guerra,
è
stata
di
penetrazione
di
quello
spazio
e
dell'opera,
di
sperimentazione
e
misura
dei
percorsi
possibili,
di
verifica
tattile
della
presenza
di
corpi,
di
baci
al
buio
sotto
le
“lune”».
Silvia
Tarquini,
«Luxflux
Proto-type
Arte
Contemporanea»,
n.
17,
2005
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