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Le azioni cambiano
in relazione al luogo. E il luogo in relazione alle azioni.
Anche se l’azione è riprodotta? Se è una video-azione?
Polidoro è un ulteriore confronto tra la “danza assoluta”,
la performance videoproiettata, in cui l’autore stesso, in
silhouette, esegue un “solo” fatto di movimenti accelerati,
continui, “involontari”, e un luogo. Questa “danza di nessun
sentimento e di tutti i sentimenti”, quest’azione senza inizio
né fine, abita adesso un cortile della “città giardino”. Si
incastona nell’architettura, che attorno ad essa si anima e si
colora; o si accalora. Dialoga con le voci provenienti da un
cespuglio – cespuglio parlante come nel mito di Polidoro.
Trasforma il luogo e da esso viene trasformata.
La critica
«Un’opera
di grandissima grazia, dalle qualità, verrebbe
da dire, “settecentesche” di intelligenza e leggerezza. Una
sorta di misterioso, complesso carillon; monumentale, in quanto
realizzato con gli elementi urbani di un cortile del quartiere
della Garbatella, a Roma. Un albero in posizione centrale; un
sonoro dislocato in diversi punti dello spazio; la proiezione di
un uomo danzante – lo stesso Crisafulli nella sua “danza
assoluta” – sulla facciata di un edificio; una seconda
proiezione (un’animazione di forme luminose che mette in
movimento la facciata stessa) che
fa da cornice alla prima; un
cinguettio di uccelli; una musichina, infantile e insieme
allarmante; e voci e stralci di frasi irridenti nei confronti
dei tromboni e dei commercianti dello spettacolo. L’idea di un
dialogo tra il danzatore videoproiettato e il cespuglio che gli
sta di fronte (rilettura in chiave contemporanea dell’episodio
virgiliano di Polidoro). Il cespuglio manda la sua ombra sulla
danza: proiezione buia, di un corpo, su una proiezione luminosa.
Un paesaggio in movimento dalle molte e stratificate componenti,
di cui intuitivamente si percepisce la precisione inesorabile.
L’installazione si pone prima di tutto e in assoluto come
enigma, ma a tratti “rilascia” i suoi riferimenti a elementi
mitologici, e, di contro, all’attualità; alla dimensione fisica
del luogo, còlta e restituita nella ricchezza della sua
dimensione culturale e storica, inscritta nelle sue forme; al
contesto temporale, contemporaneo, dell’installazione stessa,
ovvero all’occasione e al senso del Festival teatrale e alla sua
relazione con il tessuto urbano; e alla dimensione naturale ed
eterna, a-storica del luogo, ai suoi elementi vegetali e
animali, ai loro odori presenti, al fascino della loro
vita
nascosta alla nostra disattenzione».
Silvia Tarquini, Il danzatore e
il cespuglio, In Id. (a cura di), Fabrizio Crisafulli: un
teatro dell'essere, Editoria & Spettacolo, Roma 2010, pp.
7-8.
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