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Cristina Grazioli

 



                                                                               

Magnetico (foto Milka Panayotova)

 

« […] Rammentiamo lo scrupoloso lavoro di Fabrizio Crisafulli, che da molti anni alla ricerca teatrale ha accostato uno studio approfondito di tutti i fenomeni ‘luminosi’ e ‘illuminanti’, dove la luce si rivela mezzo, prima ancora che scenico, di conoscenza del reale in tutti i suoi aspetti. La luce viene percorsa in ogni sua possibilità e la tecnica mai si scinde dall’espressione artistica».
(Cristina Grazioli, Luce e ombra. Storia, teorie e pratiche dell’illuminazione teatrale, Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 179).

«Portare lo sguardo sull’opera laboratoriale di Fabrizio Crisafulli offre l’occasione di proporre una serie di riflessioni rispetto all’attuale discussione sulle arti performative. Su questo terreno, com’è forse naturale nella fase inaugurale del millennio che si lascia alle spalle il XX secolo, ricorrono, senz’altro più che in altri momenti della nostra storia recente, interrogativi circa la riformulazione di categorie estetiche, metodologie, fenomenologie delle arti; e sullo specifico, o meglio sull’opportunità di definire un'“essenza” del fenomeno spettacolare.
L'attuale panorama critico e storiografico dimostra come certe questioni si riaffaccino divenendo sempre più urgenti: dal tentativo di coniare nuove definizioni, alla rinnovata attenzione ad un lemma come performance, alle possibili aperture delle discipline teatrali a territori inediti e a nuovi strumenti metodologici.

Una riflessione sulle valenze della luce in ambito artistico ai nostri giorni non può prescindere dalla complessità di tali interrogativi in materia di storia dello spettacolo, che certo qui non intendiamo affrontare, ma che cercheremo di tenere sul filo dell’orizzonte di alcune note in margine ai possibili rapporti del contemporaneo con il primo Novecento. È lo stesso Crisafulli che, come artista e, soprattutto, come docente, riconosce l’utilità di guardare ai movimenti delle Avanguardie storiche per rimettere in discussione la grammatica di base della pratica scenica. Precisare allora gli elementi di continuità o di discontinuità rispetto a quei movimenti di circa un secolo fa, ha anche le sue ragioni nella constatazione che nella percezione comune gran parte di quelle istanze rimangono ancora troppo poco, quando per nulla, comprese.
Ma come si pone questo rapporto? Come si può configurare in generale e come si declina nel particolare nella pratica laboratoriale di Crisafulli? Se per ovvi motivi non ha senso pretendere di rispondere in questa sede alla questione sulle differenze tra Avanguardie storiche e inizio XXI secolo, si può tuttavia per esempio iniziare ad interrogarsi sulla questione, appunto, della continuità o viceversa discontinuità tra i due momenti: nelle fenomenologie della scena contemporanea è preponderante l’approfondimento, a volte portato fino alle estreme conseguenze, di motivi già emersi un secolo fa, oppure si può parlare di un mutamento radicale?Se è innegabile che le radici di una gran parte della ricerca novecentesca siano da rintracciare nei movimenti d’inizio secolo, è altrettanto ovvio che ogni tipo di riferimento alle loro ricerche avviene entro un contesto diverso; che è, innanzitutto, quello di un differente rapportarsi delle arti performative rispetto alla complessità delle sfere dell’esistenza e dei saperi; della necessità dello spettacolo di “tornare” ad uscire dallo specifico teatrale per trovare entro molteplici dimensioni della Storia il proprio fondamento.Solo tenendo conto di tali coordinate è possibile concepire una luce “come pensiero”, ovvero come elemento di creazione che non può prescindere dalla relazione con altri fattori, pur trovando il proprio fondamento in se stesso, divenendo così «elemento di partenza del processo creativo». 
È indubbio che per Fabrizio Crisafulli la Luce abbia valenza di essenza vitale e di procedimento conoscitivo. Anche per questo la stazione del suo itinerario rappresentata dall’attività dei laboratori appare significativa: essi non nascono dopo una fase di produzione di spettacoli, né gli spettacoli necessariamente sono l’esito di laboratori (almeno non in modo programmatico). Si tratta di due percorsi interdipendenti e intrecciati, che sanciscono un fare artistico che è prima di tutto quête, ricerca di fondamento e di senso alla dimensione dell’esistenza. In questo senso il precedente delle Avanguardie storiche, considerate nel loro insieme, appare un utile punto di riferimento.
Quando Crisafulli dichiara la sua convinzione che la luce «possa assumere in scena un ruolo per qualche verso simile a quello che la luce naturale ha nel mondo», nel senso della sua possibilità «di divenire, in generale, anche nelle sue declinazioni più astratte, sostanza vitale», implica questa potenzialità di farsi strumento di conoscenza, veicolo privilegiato di esperienza del reale.
L'attività dei laboratori diretti da Crisafulli a partire dalla metà degli anni Ottanta, dapprima in Sicilia, conduce ad una serie di composizioni, quasi tutte senza attori, incentrate «su costruzioni drammatiche di scena-luce», un percorso parallelo a quello della creazione di spettacoli teatrali con attori e di installazioni. In seno ai laboratori si definiscono una concezione e una pratica della luce non più come elemento funzionale al rapporto con l’attore, ma generatore dell’evento scenico».
(
Cristina Grazioli, Risonanze magnetiche. Tracce di memoria delle Avanguardie, in Silvia Tarquini (a cura di), La luce come pensiero. I laboratori di Fabrizio Crisafulli al Teatro Studio di Scandicci, 2004-2010, Edotoria & Spettacolo, Roma, 2010, pp. 21-23).

 


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