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«Gli spettatori
percorrono via del Mandrione, scenario suggestivo e
spettrale de La Passione. Durante l’ora e mezzo di
tragitto, attraversano passerelle di ferro,
calpestano ciottoli e terriccio, incontrano i
dannati della periferia [...]. Sono tracce di vita
perduta, fantasmi del passato, quando via del Mandrione era solo una striscia di fango,
disseminata di baracche abusive con il tetto di
lamiera [...]. Bastano un paio di pantaloni appesi
ad asciugare, un lampadario in un angolo decrepito,
un arco di lucine rosse, per far rivivere quel
mondo, mentre riecheggiano le parole di Pasolini
recitate dagli interpreti».
Sandra
Cesarale, «Il Corriere della Sera», 3 novembre 1995
«Un Pasolini visionario, montaggio di simboli
sfuggenti e abbaglianti, quello rappresentato nello
spettacolo urbano La Passione [...]. Un percorso
teatrale iniziatico fatto di flash poetici, figure
tra il realistico e il fantastico, scene e parole
(spesso in controcanto o in montaggio incrociato
come nella tecnica cinematografica), lungo
l’acquedotto romano, luogo di memorie pasoliniane
dove ancora si vedono i segni delle baracche».
Fabio Sindici,
«Il Tempo», 5 novembre 1995
«Nel fitto programma di celebrazioni pasoliniane
avviate nella capitale, lo spettacolo
all’aperto La Passione
tenta di ricreare lo sguardo
del Pasolini “friulano” sul Mandrione e di rianimare
una geografia interiore, un oggetto d’amore [...].
Fabrizio Crisafulli e i suoi allievi riecheggiano in
splendidi tableaux vivants La terra vista dalla
luna».
Marco
Caporali, «l’Unità», 6 novembre 1995
«Tolta l’illuminazione urbana,
“riscoperta” la
presenza del cielo, della luna, delle stelle, il
luogo – chiuso al traffico e sottratto all'uso
quotidiano, ormai prevalentemente di transito – ha
come riacquistato una sua
“verità”. E nuova forza
fantastica sostanziata dalle numerose azioni, dagli
allestimenti rispettosi della natura del posto,
dalle luci che si succedevano sapientemente di
stazione in stazione, dal punto di vista rialzato di
una lunga passerella metallica che conferiva un'aria
di cantiere ben contemperata con lo spirito del
luogo […]. A quel punto la passerella, con
indovinata soluzione simbolica e drammaturgica, si
infossava nel terrapieno formato dai materiali di
riporto delle baracche abbattute, mai rimossi dal
luogo. Al riemergere dalla fossa, si avvertiva quasi
un cambio di dimensione, per l’uso rarefatto e favolistico della luce nel raffinato intervento
della compagnia Il Pudore Bene in Vista, latamente
ispirato a La terra vista dalla luna, in cui sono
stati, tra l’altro, riciclati e riassemblati in
forma poetica materiali trovati sul luogo,
appartenuti alle baracche (bandoni, frammenti di
mattonelle, ecc.)».
Marina Lo
Monaco, «Gulliver», n. 11, novembre 1995
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