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«Poco testo, due
attrici, il progetto luci e la regia di Fabrizio
Crisafulli: non è servito altro per mettere in scena
in modo magistrale Camera Eco, il nuovo pezzo
scritto da Andreas Staudinger.
[...] La gestualità è misteriosa e ambivalente, i
ritmi veloci ammaliano, tanto da far divenire
secondarie le parole. Che
ascoltate attentamente, però, rivelano cose interessanti e
divertenti. [...] Linee di luce spezzate camminano
sui muri della sala. Sul palco, gli oggetti-specchio
e le attrici appaiono in una luce totalmente nuova.
A volte si crede di vedere delle nubi; altre, pareti
di roccia. La musica, di Andrea Salvadori, è
fascinosa e trascinante».
UM,
«Neue
Tageszeitung», 9 febbraio 2001
«Un susseguirsi di immagini che trasportano
dolcemente da un’associazione all’altra. Crisafulli
aziona tutte le leve, dallo stupore infantile, alla
fantasia, alla saggezza. Lascia scorrere i pensieri
come venature soffici che si infiltrano tra il
pubblico. Fonde realtà e riflessione. Le attrici,
Irene Coticchio e Barbara de Luzenberger,
spiritualmente affini, usano il testo come partitura
per una composizione di gesti, parole e suoni.
Esprimendosi in inglese, tedesco ed italiano,
giocano sul ritmo e sulle variazioni di velocità,
entro un mondo artificiale di suoni e visioni. [...]
Il pubblico ha la sensazione di trovarsi in una
camera di rianimazione dalle luci meravigliose».
Uschi
Loigge, «Kleine Zeitung», 9 febbraio 2001
«Ad un certo punto è del tutto indifferente se viene
suonata una corda vera, o se si suona con la luce e
la musica: la magia funziona in entrambi i casi.
Camera Eco – coproduzione internazionale di tre
differenti paesi – libera l’incanto con un gioco
bello ed intrecciato di realtà e illusione [...].
Segni misteriosi camminano sui muri e sugli
spettatori, avvolti, per di più, da una sinfonia di
risate.
È questo gioco di ombre alla rovescia a costituire
il finale di uno spettacolo di perfetta fascinazione
di parole, luci, movimenti, immagini e suoni, della
durata di quasi un’ora.
Il testo sembra a volte messo lì a caso, come in un
racconto senza importanza. Altre
– divertente e
pieno di spirito – è rimarcato invece da una
gestualità ampia e stilizzata [...]. È intessuto di
suoni moltiplicati e di echi, in riferimento alla
Ninfa da cui lo spettacolo prende nome, che fu
condannata a ripetere solo l’ultima parte delle
parole.
A tratti, dischi ed ovali bianchi diventano un
giardino. In altri momenti, le due attrici si
fondono tra loro per divenire quadri poetici. In
altri ancora, prende corpo la musica.
Una fantastica produzione del
KE, in collaborazione
con il Dublin Theatre Symposyum e la compagnia Il
Pudore Bene in Vista, alla quale vanno attribuiti i
meriti maggiori per questo spettacolo ammaliante:
Fabrizio Crisafulli, geniale regista e autore delle
luci, fa apparire la realtà come illusione, e
viceversa».
Frieda Stank,
«Kronenzeitung», 9 febbraio 2001
«Crisafulli sa bene come creare magie, usando la
luce “funzionale”, e quella
“positiva”, come egli le
definisce, e complessi effetti di ombre e
proiezioni. Le due attrici – Irene Coticchio e
Barbara de Luzenberger – sono portatrici, entro la
composizione scenica, di testi e contenuti. E di
luce. E fanno da cassa di risonanza. Da strumenti
per suoni ed echi. Camera Eco ci mette davanti
allo specchio, per interrogarci sulle differenze tra
realtà e riproduzione».
Christian
Lehner, «Woche», 14-20 febbraio 2001
«Un impressionante team creativo [...] ha
collaborato alla produzione di Camera Eco [...].
Ancora una volta Crisafulli ha utilizzato
creativamente le prerogative del buio, producendo
una
potente combinazione psicologica e poetica di testo,
azione, suono e luce, immessi in un unico
ritmo e in un’unica partitura, in modo da rendere i
diversi linguaggi un’unica cosa».
Louise
Stickland, «Live!», maggio 2001
«Per quasi un’ora la rappresentazione offre parole
libere e visioni da Alice nel Paese delle Meraviglie, racconti senza inizio né fine, bisbigli
e gesti che emergono da immagini surreali,
dichiarazioni poetiche sul proscenio, canti mistici,
movimenti di mani che producono suoni, misteriosi
emblemi di luce. Con ritmo sostenuto, che tiene in
costante attenzione il pubblico ammutolito [...].
Una continua produzione di rumori sul palco (passi
rimbombanti, oggetti e corpi echeggianti, voci spazializzate) si combina con musiche e rumori
registrati, creando un particolare ambiente sonoro,
nel quale non si distingue il vivo dal registrato,
ed è costante il riferimento al tema dell’eco».
Adriana Ginammi, «Il
Corriere del Sud», 1 agosto 2001
«Un lavoro indirettamente
“politico”. Che, cioè,
affronta temi politici con gli strumenti della
poesia, facendoli passare per canali interiori».
Andrea
Romoli, «Juliet Art Magazine», n. 104,
ottobre-novembre 2001
«In Camera Eco il gioco dei doppi, dei riflessi,
concerne l’immagine, ma anche la sua percezione
acustica. Il suono non è attribuito come
sottotraccia musicale, ma è la risultante di una
sorta di campionatura dei suoni prodotti nella
preparazione dello spettacolo: i rumori dei
movimenti dei corpi delle attrici e dei loro
respiri, i loro passi, l’urto tra gli stessi e le
loro voci, cantate, urlate, sussurate. Come in una
cassa di risonanza, tramite un sistema di
monitoraggio, amplificazione, ribaltamento e
proiezione, ed anche grazie ad una singolare tecnica
del refrain per cui canzoni registrate nel giusto
verso sono state poi reimparate capovolte e
riregistrate o cantate dal vivo partendo
dall’inverso. In una specie di circolarità che
rimanda di continuo all’idea stessa di alterità
narcisistica, di doppio. Con quel senso di distanza,
di non facile riconoscibilità, connesso
all’esperienza di ascoltare la propria voce, il
proprio corpo monitorato e tradotto elettronicamente
in suoni che definiscono la dimensione della
riproduzione. […] Camera Eco è, in sé, la figura di
un sistema endogeno conchiuso, al cui interno
agiscono gli specchi e le loro risonanze. Una sorta
di istante genetico, che formula, stabilisce,
sviluppa, definisce, crea. Sistema autosufficiente,
non didascalico, delimitato in una “camera”, che,
forse, e non in ultima analisi, corrisponde anche
alla “camera dell’inconscio”. […] Lo spettacolo non
è una rappresentazione della realtà, è la realtà.
[...] Non c’è dubbio alcuno che una grande quantità
instabile di immagini e simboli sia ormai subentrata
alla fissità degli archetipi e dei miti
tradizionali. Per cui i rimandi ai miti di Eco e di
Narciso, che Camera Eco fa, sono sviluppati in una
rilettura contemporanea, dove anche la convulsa
ricerca di realtà non sembra in alcun modo poter
prescindere dalle insidie della virtualità.
Televisione, strumenti telematici, super-computer
hanno eroso la realtà sostituendola con il feticcio
della sua simulazione.
Scrive Baudrillard: “Il delitto perfetto consiste in
una realizzazione incondizionata del mondo
attraverso l’attualizzazione di tutti i dati,
mediante la trasformazione di tutti i nostri atti e
di tutti gli eventi in pura informazione. Insomma:
la soluzione finale, la risoluzione anticipata del
mondo tramite la clonazione della realtà e lo
sterminio del reale col suo doppio”. Mentre qui non
si tratta del doppio della realtà, quanto semmai di
un’altra realtà, visionaria, ma non per questo meno
reale. Camera Eco ci dimostra che la realtà si può
produrre e ricreare senza simulazione, partendo
dalle sue più intime sostanzialità, sconfinando nel
sogno e nella visione, e disponendo realtà materica
e realtà onirica una accanto all’altra, in una
straordinaria esperienza poetica governata
dall’istante genetico del suo farsi».
Patrizia
Mania, Camera Eco: l’istante genetico, in Lingua Stellare.
Il teatro di Fabrizio Crisafulli 1991-2002, a cura di
Simonetta Lux, Lithos, Roma, 2003
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