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Camera Eco - 2001
 



                                                    foto di Davide Dainelli                   


«Poco testo, due attrici, il progetto luci e la regia di Fabrizio Crisafulli: non è servito altro per mettere in scena in modo magistrale Camera Eco, il nuovo pezzo scritto da Andreas Staudinger. [...] La gestualità è misteriosa e ambivalente, i ritmi veloci ammaliano, tanto da far divenire secondarie le parole. Che ascoltate attentamente, però, rivelano cose interessanti e divertenti. [...] Linee di luce spezzate camminano sui muri della sala. Sul palco, gli oggetti-specchio e le attrici appaiono in una luce totalmente nuova. A volte si crede di vedere delle nubi; altre, pareti di roccia. La musica, di Andrea Salvadori, è fascinosa e trascinante».
UM, «Neue Tageszeitung», 9 febbraio 2001

«Un susseguirsi di immagini che trasportano dolcemente da un
associazione allaltra. Crisafulli aziona tutte le leve, dallo stupore infantile, alla fantasia, alla saggezza. Lascia scorrere i pensieri come venature soffici che si infiltrano tra il pubblico. Fonde realtà e riflessione. Le attrici, Irene Coticchio e Barbara de Luzenberger, spiritualmente affini, usano il testo come partitura per una composizione di gesti, parole e suoni. Esprimendosi in inglese, tedesco ed italiano, giocano sul ritmo e sulle variazioni di velocità, entro un mondo artificiale di suoni e visioni. [...] Il pubblico ha la sensazione di trovarsi in una camera di rianimazione dalle luci meravigliose».
Uschi Loigge, «Kleine Zeitung», 9 febbraio 2001

«Ad un certo punto è del tutto indifferente se viene suonata una corda vera, o se si suona con la luce e la musica: la magia funziona in entrambi i casi. Camera Eco – coproduzione internazionale di tre differenti paesi – libera l
incanto con un gioco bello ed intrecciato di realtà e illusione [...]. Segni misteriosi camminano sui muri e sugli spettatori, avvolti, per di più, da una sinfonia di risate. È questo gioco di ombre alla rovescia a costituire il finale di uno spettacolo di perfetta fascinazione di parole, luci, movimenti, immagini e suoni, della durata di quasi unora. Il testo sembra a volte messo lì a caso, come in un racconto senza importanza. Altre divertente e pieno di spirito – è rimarcato invece da una gestualità ampia e stilizzata [...]. È intessuto di suoni moltiplicati e di echi, in riferimento alla Ninfa da cui lo spettacolo prende nome, che fu condannata a ripetere solo lultima parte delle parole. A tratti, dischi ed ovali bianchi diventano un giardino. In altri momenti, le due attrici si fondono tra loro per divenire quadri poetici. In altri ancora, prende corpo la musica.
Una fantastica produzione del KE, in collaborazione con il Dublin Theatre Symposyum e la compagnia Il Pudore Bene in Vista, alla quale vanno attribuiti i meriti maggiori per questo spettacolo ammaliante: Fabrizio Crisafulli, geniale regista e autore delle luci, fa apparire la realtà come illusione, e viceversa».
Frieda Stank, «Kronenzeitung», 9 febbraio 2001

«Crisafulli sa bene come creare magie, usando la luce funzionale, e quella positiva, come egli le definisce, e complessi effetti di ombre e proiezioni. Le due attrici – Irene Coticchio e Barbara de Luzenberger – sono portatrici, entro la composizione scenica, di testi e contenuti. E di luce. E fanno da cassa di risonanza. Da strumenti per suoni ed echi. Camera Eco ci mette davanti allo specchio, per interrogarci sulle differenze tra realtà e riproduzione».
Christian Lehner, «Woche», 14-20 febbraio 2001

«Un impressionante team creativo [...] ha collaborato alla produzione di Camera Eco [...].
Ancora una volta Crisafulli ha utilizzato creativamente le prerogative del buio, producendo una potente combinazione psicologica e poetica di testo, azione, suono e luce, immessi in un unico ritmo e in un
unica partitura, in modo da rendere i diversi linguaggi ununica cosa».
Louise Stickland, «Live!», maggio 2001

«Per quasi un
ora la rappresentazione offre parole libere e visioni da Alice nel Paese delle Meraviglie, racconti senza inizio né fine, bisbigli e gesti che emergono da immagini surreali, dichiarazioni poetiche sul proscenio, canti mistici, movimenti di mani che producono suoni, misteriosi emblemi di luce. Con ritmo sostenuto, che tiene in costante attenzione il pubblico ammutolito [...]. Una continua produzione di rumori sul palco (passi rimbombanti, oggetti e corpi echeggianti, voci spazializzate) si combina con musiche e rumori registrati, creando un particolare ambiente sonoro, nel quale non si distingue il vivo dal registrato, ed è costante il riferimento al tema delleco».
Adriana Ginammi, «Il Corriere del Sud», 1 agosto 2001

«Un lavoro indirettamente politico. Che, cioè, affronta temi politici con gli strumenti della poesia, facendoli passare per canali interiori».
Andrea Romoli, «Juliet Art Magazine», n. 104, ottobre-novembre 2001

«In Camera Eco il gioco dei doppi, dei riflessi, concerne l’immagine, ma anche la sua percezione acustica. Il suono non è attribuito come sottotraccia musicale, ma è la risultante di una sorta di campionatura dei suoni prodotti nella preparazione dello spettacolo: i rumori dei movimenti dei corpi delle attrici e dei loro respiri, i loro passi, l’urto tra gli stessi e le loro voci, cantate, urlate, sussurate. Come in una cassa di risonanza, tramite un sistema di monitoraggio, amplificazione, ribaltamento e proiezione, ed anche grazie ad una singolare tecnica del refrain per cui canzoni registrate nel giusto verso sono state poi reimparate capovolte e riregistrate o cantate dal vivo partendo dall’inverso. In una specie di circolarità che rimanda di continuo all’idea stessa di alterità narcisistica, di doppio. Con quel senso di distanza, di non facile riconoscibilità, connesso all’esperienza di ascoltare la propria voce, il proprio corpo monitorato e tradotto elettronicamente in suoni che definiscono la dimensione della riproduzione. […] Camera Eco è, in sé, la figura di un sistema endogeno conchiuso, al cui interno agiscono gli specchi e le loro risonanze. Una sorta di istante genetico, che formula, stabilisce, sviluppa, definisce, crea. Sistema autosufficiente, non didascalico, delimitato in una “camera”, che, forse, e non in ultima analisi, corrisponde anche alla “camera dell’inconscio”. […] Lo spettacolo non è una rappresentazione della realtà, è la realtà. [...] Non c’è dubbio alcuno che una grande quantità instabile di immagini e simboli sia ormai subentrata alla fissità degli archetipi e dei miti tradizionali. Per cui i rimandi ai miti di Eco e di Narciso, che Camera Eco fa, sono sviluppati in una rilettura contemporanea, dove anche la convulsa ricerca di realtà non sembra in alcun modo poter prescindere dalle insidie della virtualità. Televisione, strumenti telematici, super-computer hanno eroso la realtà sostituendola con il feticcio della sua simulazione. Scrive Baudrillard: “Il delitto perfetto consiste in una realizzazione incondizionata del mondo attraverso l’attualizzazione di tutti i dati, mediante la trasformazione di tutti i nostri atti e di tutti gli eventi in pura informazione. Insomma: la soluzione finale, la risoluzione anticipata del mondo tramite la clonazione della realtà e lo sterminio del reale col suo doppio”. Mentre qui non si tratta del doppio della realtà, quanto semmai di un’altra realtà, visionaria, ma non per questo meno reale. Camera Eco ci dimostra che la realtà si può produrre e ricreare senza simulazione, partendo dalle sue più intime sostanzialità, sconfinando nel sogno e nella visione, e disponendo realtà materica e realtà onirica una accanto all’altra, in una straordinaria esperienza poetica governata dall’istante genetico del suo farsi».
Patrizia Mania, Camera Eco: l’istante genetico, in Lingua Stellare. Il teatro di Fabrizio Crisafulli 1991-2002, a cura di Simonetta Lux, Lithos, Roma, 2003

                                                                                   
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