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>R A S S E G N E   S T A M P A<
 


Centro e ali - 1996
 


                                                                              foto di Serafino Amato

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«Un bel colpo di teatro visivo [...]. Tre figurine femminili con lo zainetto sulle spalle e delle casacche con pantaloni un po nipponici, tre scolarette in gita con delle lunghe canne in equilibrio sulla testa ed intente ad una loro assorta e buffa educazione sentimentale, improvvisamente ad un segnale luminoso convenuto, una violenta flashata, scagliano le loro innocue canne verso gli spettatori, a due passi dai loro piedi, trasformandosi in pericolose amazzoni guerriere [...]. Interpretato con elegante garbo sincronico dalla danzatrice e coreografa Giovanna Summo, dalla norvegese Anne Line Redtraen e dalla spagnola Carmen López Luna [...] restituisce un rapido avvicendarsi di delicatezza e violenza, forza muscolare e aerea grazia orientale [...]. Leffetto di strabismo visionario è ottenuto triplicando le immagini e incorniciandole, quasi in silhouette, nelle arcate dechirichiane della Sala 1. Un continuo bagno di luce e di ombra quando le tre figure si allontanano, escono dalla loro cornice, per entrare in una zona dello sguardo più opaca, quotidiana. E così da Mishima, dal suo propellente letterario e fantastico, Crisafulli ci spinge verso Longhi e verso una riflessione quasi scientifica sulle leggi che governano attraverso la luce ed il taglio prospettico anche il mondo come è, o come immaginiamo di vederlo».
Nico Garrone, «La Repubblica», 17 maggio 1996

«L
ambiente diventa con la luce, altro elemento cardine della visione poetica di Crisafulli, parte fondamentale della rappresentazione [...]. Sospetto e fantasia, avere le ali vuol dire poter volare, essere altri da quello che siamo, sdoppiarsi a ritrovare se stessi».
Laura Gigliotti, «Il Tempo», 21 maggio 1996


«Un particolare modello fruizionale quello che Crisafulli ha scelto per mettere il pubblico in una disposizione altra con lopera in formazione. Corpo, parola, suono e luce si scambiano lampi e dialogano con fascinazioni poetiche non comuni».
Gianluca Marziani, «LOpinione», 28 aprile 1996

«Tre donne-uccelli, in un gioco di simmetrie e squilibri, simulano il battito delle ali e raccontano al pubblico impercettibili movimenti del corpo [...]. La drammaturgia della luce accompagna quel volo triste che a volte s
infrange sulle pareti, altre, si libera verso il cielo. Visionario e minimale, il luogo dellazione coinvolge al suo interno anche gli spettatori che sinterrogano sul mistero poetico di Mishima».
Arianna Di Genova, «il manifesto», 12 maggio 1996

«Tra le varie sperimentazioni degli ultimi decenni nel mondo del teatro, quella conclusasi il 20 maggio scorso al teatro Sala 1 di Roma è sicuramente una delle più interessanti [...]. Le ali non sono altro che il segno dell
avvenuta conciliazione ed identificazione tra spettatore ed opera. Il riferimento fisico, ma anche verbale, all'anatomia del corpo umano riporta a Sole e acciaio, altra opera dello scrittore giapponese. Lultima citazione indiretta viene rivolta a Confessioni di una maschera: qui la poeticità cambia veicolo di trasmissione. I grafi delle parole cedono il posto ai fluidi movimenti corporei della danzatrice-coreografa Giovanna Summo che, insieme a quelli enigmatici di Carmen López Luna e Anne Line Redtraen, si trasformano in strumenti rivelatori del disincanto ma anche della ricchezza dell'animo umano».
Cristiano Felice, «LUmanità», 4 giugno 1996

«Centro e ali, firmato da uno dei registi più interessanti in Italia: parliamo di Fabrizio Crisafulli, che ha preso ispirazione da Mishima, ed usato l'architettura come scansione ritmica ed estetica della performance. Ecco tre ragazze per l'ideale dialettica tra centro e ali, un gioco di luci e sintesi corporee che prende posto nel trio di arcate dove le attrici dialogano con momenti più fisici ed altri spirituali».
Gianluca Marziani, «Artel», 16-30 giugno 1996

«Performance in cui si alternavano momenti di leggero incanto, di silenzi, di bisbigli in penombra, ad immagini di potente impatto visionario, strutturate dalla luce secondo precise relazioni con l
architettura, la danza, la recitazione. [...] Riecheggiavano con nitore nel pezzo molti dei motivi poetici cari a Mishima. Soprattutto il Mishima di Sole e acciaio. Limmersione nellinconscio – ad esempio – come unica possibile origine di efficacia e di senso per lazione; il rapporto di inesplicabile esattezza tra lazione e lo spazio; il connubio muscoli-spirito, eleganza-marzialità. Rivivevano, di Mishima, lo stile sensuale, la purezza visiva e la dignità intrise di un forte sentimento di assoluto».
Mario Patriarca, «Next», n. 37, autunno 1996

«Lo spettacolo intreccia fluidamente rapporti nello spazio tra azioni, architettura, luce, parole, rumori. Le cimette e le canne nere agite dalle tre performer trasformano continuamente le immagini e le relazioni con il loro allungarsi, oscillare, comporsi e scomporsi nello spazio come in una battaglia di Paolo Uccello. Fanno mutare - con fruscìi, battiti, frustate, rumori di vento - il paesaggio sonoro. L'architettura diviene 'tempo' in rapporto alle luci e alle ombre. Corpi e parole viaggiano in sospensione nello spazio. Non ci sono dialoghi. La costante metamorfosi delle immagini, dei suoni, delle azioni, fa venire in mente quanto scriveva Deleuze a proposito di Carmelo Bene. A proposito dell'eliminazione, nel suo teatro, delle opposizioni, a favore delle 'variazioni' ».
Simonetta Lux, in Lingua stellare. Il teatro di Fabrizio Crisafulli, 1991-2002, Lithos, Roma, 2003, p. 65


                                                                                        
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