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>RASSEGNE STAMPA<
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Maria Pia D’Orazi
Shō: amore di tenebra, in
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Lingua stellare.
Il teatro di Fabrizio Crisafulli. 1991-2002,
a cura di Simonetta Lux,
Lithos, Roma, 2003
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foto Marta Orlik Gaillard |
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«Che cos’è
un’emozione? Per il danzatore Masaki Iwana è una
goccia d’acqua rimasta su una foglia dopo il
temporale, “perché quell’unica goccia esprime lo
stato dell’intero ambiente circostante”. È il
distacco Zen, dove ogni emozione personale viene
spazzata via, lasciando solo immagini obiettive,
prive di qualsiasi commento. La mente diviene
tutt’uno con il mondo intorno e per un momento
l’artista è consapevole dell’inesprimibile verità
dello Zen: il transeunte è semplicemente parte
dell’eterno. È la stessa fusione che sembra aver
attratto la sensibilità di Fabrizio Crisafulli
portandolo – secondo le sue parole – ad individuare “un modo di identificare spazio fisico ed
interiore”, dando vita ad “un particolare animismo
degli oggetti e della luce”, che corrisponde alla
sua ricerca di un’armonia fra i diversi elementi
della scena: “lo spazio, la luce, il suono sono
capaci di sentire. Come – rispetto all’attore – lo
sono gli altri attori. O il pubblico. Sono
creazione, pensiero, umanità”. Una fusione che
produce una “speciale compresenza di particolare e
universale, quotidiano ed assoluto”. E ancora: “Ogni
dettaglio non è parte ma mondo. Gli oggetti e la
luce hanno anima propria. Non sono funzione di
personaggi o ambientazioni”. La scena funziona con
una precisione matematica, e nello stesso tempo non
è mai uguale a se stessa. Il rigore contiene una
libertà individuale che rafforza la credibilità
degli interpreti e lascia intuire un lavoro di
familiarizzazione e influenza reciproca con gli
oggetti, che annulla ogni distinzione fra animato e
inanimato. Guardando il lavoro durante le prove si
percepisce un’essenziale apertura all’iniziativa dei
singoli che costituisce la sostanza stessa dello
spettacolo. […] Il risultato è un insieme di
armonici contrasti, dove la personalità di ognuno
emerge nel suo punto di contatto con l’altro.
[Nei lavori di Crisafulli] la luce “disegna, si
espone e mostra la propria oscurità”. Crisafulli
parte dall’idea che la luce, nella realtà
contemporanea, non esiste più solo come riflesso, ma
ha una forma, ed è essa stessa oggetto di visione.
Il televisore, il computer, le insegne luminose
svelano un radicale cambiamento di cultura che rende
la luce “attiva”, portatrice di figure, “creando una
condizione generale di sovraesposizione e di
diffusione capillare dello sguardo”. Un cambiamento
che tuttavia ha provocato la “perdita del buio”:
“tutto è sempre illuminato e tutto, anche all’altro
lato del globo, è sempre visibile. Allora lavorare
sulle infinite gradazioni di una fonte luminosa
permette di recuperare una dimensione irrazionale e
misteriosa, rivelando differenti stati della
materia”». |
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