|
«Erosione
ci insegna come affabulazione ed eros possano andare
insieme. Come il lavoro di Crisafulli e quello di
Staudinger possano andare insieme. E questo lo
sapevamo da tempo. Anche nella loro quinta
collaborazione, realizzata al Bergbaumuseum,
l’italiano e l’austriaco producono atmosfere
intense. E’ lo stesso ambiente roccioso a
contribuirvi. Ma quando Fabrizio Crisafulli gioca
raffinatamente con la luce, il suono e il luogo,
l’atmosfera diviene ancora più intensa. Il pubblico
si lascia prendere dalle associazioni tra
erosione ed eros, tra geologia ed erotismo presenti
nel testo di Staudinger, declamato da Aloisia
Maschat. Ma ancora di più si lascia incantare dal
teatro di movimento di Alessandra Cristiani e Simona
Lisi. Le due danzatrici, nude o vestite, sono in
simbiosi con le rocce, e l’erotismo si sposta
verso una dimensione di bellezza ed astrazione. Vi
sono, in tutto il lavoro, una grande quantità di
metafore, dai colpi di frusta ai disegni di luce
sulle pareti. Cosa nuova per i due maghi delle
immagini, ci sono anche momenti di comicità: come
quando le due italiane pronunciano male l’inventario
del sex-shop o la discussione sull’orgasmo e il
senso della vita è commentata con gesti dai
molteplici significati. A chi vuole lasciarsi
catturare, raccomandiamo questo lavoro del Klagenfurter Ensemble e della compagnia romana Il
Pudore Bene in Vista. Un lavoro che usa il luogo
perfettamente e che è difficile pensare altrove,
sebbene sia stato già prenotato da diversi festival».
Frieda Stank,
«Kronen
Zeitung», 28 settembre 2007
«Dialogo sotterraneo della luce con
le potenze del luogo […]. Non sarebbero Crisafulli e
Staudinger se non avessero rovesciato sin
dall’inizio il tema dell’eros. Ruvida pietra,
geologia, unghie che grattano lastre di metallo,
buio […]. I due autori sono riusciti a mostrare la
piccolezza e la fragilità della pelle, dei sensi e
del gioco quasi compassionevole dell’eros e del
sesso di fronte alla grandezza della geologia […].
Sensuali venature di luce nella caverna. Poesia di
pietre che svaniscono».
Maja Schlatte,
«Kärntner Tageszeitung», 28 settembre 2007
«Un’occasione
nella quale ho percepito chiaramente la tua
sensibilità per i luoghi è stata la preparazione di
Erosione,
lo spettacolo del 2007 dedicato a Georges Bataille.
Ho percepito chiaramente come lo spunto iniziale
legato al libro L’erotismo abbia man
mano lasciato spazio al riferimento al sito…
Il libro di Bataille era, come sempre, un
pretesto, che ho messo a confronto con la situazione
concreta. Con il gruppo di lavoro e con il luogo. La
particolarità del sito, una caverna scavata nella
roccia come rifugio antiaereo nell’ultima guerra
mondiale, a Klagenfurt, ha inciso in maniera
determinante sulla costruzione dello spettacolo.
Anche in relazione a un altro libro di Bataille: il
suo studio sulle grotte di Lascaux, che, pur
presentandosi come un saggio di storia dell’arte,
sulla pittura rupestre primitiva, contiene
osservazioni molto profonde sui temi dell’essere e
dell’erotismo. Altro riferimento sono stati gli
studi di Marija Gimbutas sulla dea madre. I cui
argomenti sono affrontati in una prospettiva che va
anch’essa molto oltre il punto di vista specifico,
l’archeologia, dicendoci cose di enorme interesse
proprio riguardo all’erotismo. Alcune scelte dello
spettacolo sono derivate da suggestioni derivanti da
questi libri, ai quali avevo pensato di ricorrere
anche in relazione al luogo. Quest’ultimo, con la
sua roccia viva, le infiltrazioni d’acqua,
l’oscurità, la sua forma uterina, era forte ed
avvolgente. Era come stare in un ventre. All’inizio
avvertivo l’umidità della roccia e dell’ambiente
quasi come un’umidità sessuale. Il luogo ci portò
anche a dei riferimenti alla geologia. Nello
spettacolo vi erano continue metafore “geologiche”
ed accostamenti tra geologia ed eros. Lo stesso
titolo Erosione deriva da questi
accostamenti.
Nello spazio hai aggiunto
degli elementi che, insieme al luogo, definivano un
complesso organismo generativo rispetto alle
azioni: in particolare, un lungo percorso di
praticabili, in buona parte lungo le pareti della
grotta, che ha permesso alle performer un rapporto
diretto, di contatto, con la materia rocciosa. Nello
stesso tempo, i praticabili formavano una specie di
“passerella”, la quale era in sintonia con – o ha
prodotto – un altro aspetto dello spettacolo: un
richiamo al contemporaneo, all’uso dell’eros operato
dalla moda e dalla pubblicità; creando una
complessità e una sospensione tra “opposti”
(ancestrale/contemporaneo in questo caso) che è
caratteristica più generale del tuo lavoro...
I praticabili avevano la funzione di permettere
la visibilità al pubblico che si spostava nello
spazio e quella di favorire il contatto delle
performer con le zone alte delle pareti rocciose.
Avevano inoltre un ruolo di matrice, non solo
spaziale. La loro disposizione stabiliva distanze,
relazioni, angoli, tensioni, sguardi, strutture
delle azioni. E c’era anche l’idea di un “secondo
luogo” parallelo al primo: la “passerella”, appunto.
Inoltre, indicavano i percorsi. Inducevano o
presupponevano, insieme alle azioni, la progressiva
penetrazione del pubblico verso il fondo della
grotta.
In quella caverna si liberavano
forze opposte, illuminanti proprio nella loro
compresenza. Il passaggio dai riferimenti, sempre
molto sfumati, alla caccia primitiva, a quelli agli
stilemi del sesso consumistico avvenivano in un
tessuto di azioni coerente. Lo stesso era per la
luce. Forme di luce e proiezioni si insinuavano tra
le rocce come graffiti in movimento generati dalle
stesse pietre. Queste si coloravano, i disegni di
luce camminavano tra le fessure, la “neve
elettronica” affiorava dalle rocce. L’uso di nuove
tecnologie si coniugava col riferimento alle pitture
rupestri…
Vi erano molti
riferimenti. Ma tutti molto aperti. Questa scelta
permetteva la convivenza di sfere diverse. Non avevo
alcuna intenzione di riferirmi solo alle pitture
primitive, anche se certamente le immagini
“generate” dalle pietre erano suggerite dal fatto
che le pitture rupestri prendevano spesso spunto,
per i soggetti e la composizione, dalle irregolarità
della roccia. Ma è anche vero che ho fatto in modo
che quelle luci e quelle proiezioni richiamassero
molte altre cose… Per le proiezioni ho adottato una
modalità della quale abbiamo parlato: quella di far
nascere le forme di luce dall’oggetto sul quale
vengono proiettate, e non di mandare sulle pareti,
come su un qualsiasi schermo, immagini concepite
indipendentemente dal luogo.
Le soluzioni dello spettacolo
richiamavano uno stato originario dell’essere nel
quale gli opposti si fondono. Questo mi ha fatto
ripensare alle statuine primitive – studiate da
Marija Gimbutas – le cui immagini abbiamo osservato
a lungo nella fase di preparazione dello spettacolo,
che rappresentano allo stesso tempo un organo
sessuale maschile e un corpo di donna. C’era nel
lavoro uno stato di sospensione e una capacità di
coesistenza, di fusione tra entità e dimensioni solo
apparentemente opposte. Come maschile e femminile. O
luce e materia. Per tutto il tempo dello spettacolo
ho avvertito qualcosa del genere.
“Sospensione”, in effetti,
è una parola importante per me…»
Silvia
Tarquini, Conversazione con Fabrizio Crisafulli,
in Id. (a cura di), Fabrizio Crisafulli: un
teatro dell'essere; Editoria & Spettacolo, Roma,
2010, pp. 78-80
scheda |