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«[Quella de Il Pudore
Bene in Vista] è la storia di una delle più
interessanti formazioni artistiche attuali, capace
di intervenire in un incontro fra poetiche e fra
“estetiche”, fra linguaggi diversi come la danza, la
poesia, la scena (pensata come tecnica della scena,
quindi come poetica della scenotecnica), il gesto,
la luce, le lingue, l’“ascolto” poetico dei luoghi,
il progetto come poetica, la domanda come estetica
[…]. Poetica della tecnica. Possiamo così definire
l’attenzione di Crisafulli alla creazione scenica e
non solo. L’orizzonte della tecnica crea una linea
di congiunzione con la poesia, quando la tecnica
diventa non la semplice regola per la riproduzione,
ma poiesis; quando, cioè, superata l’istanza
mimetica semplicemente riproduttiva dell’arte del
fare, si oltrepassa questa linea per raggiungere un
obiettivo più avanzato, che è quello di dare forma
dal non-essere all’essere. L’opera, oltre ad essere
il risultato di un produrre, è soprattutto un
“procedimento”, come hanno insegnato i formalisti
russi: un procedere che fa sì che il “vedere” sia in
realtà un “riconoscere”. […] La poetica della
tecnica caratterizza dunque il teatro di Crisafulli,
contraddistinto da un rigore formale che è ricerca
di una poiesis nel suo costituirsi come percorso e
come domanda. In questo senso il dato tecnologico
non è vissuto come feticcio o esibito come
decorazione. Piuttosto, come elemento compositivo in
una costante tensione di ricerca».
(Dario Evola,
La
poiesis della tecnica, in Lingua
stellare.
Il teatro di Fabrizio Crisafulli.
1991-2002, a cura di Simonetta Lux, Lithos, Roma, 2003, pp.
27-28). |