rassegna stampa: raimondo guarino

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Folgore Lenta (Slow Flash) - 1997
 


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«Si tratta di uno spettacolo geniale, sia per quanto riguarda la luce che la recitazione. In scena solo due attrici che parlano in inglese e francese, con uninterpretazione bellissima, calma e impressionante, senza quella sovreccitazione cui ci ha abituato il teatro tradizionale: uninterpretazione che raggiunge livelli di santità. Costumi neri molto semplici. Scenografia essenziale costituita da una serie di aste in materiale plastico distribuite sul palcoscenico, che inverano il rapporto con le arti figurative ricercato da questo tipo di teatro. Nonostante tale semplicità, ogni scena è un godimento visivo, e questo avviene anche attraverso una precisa composizione dei colori nello spazio. È evidente il ruolo preciso del testo, pur detto in inglese e in francese. Ma quello che cè di nuovo e di creativo in questo spettacolo è soprattutto il modo di usare la parola. Luso della luce, infine, è assolutamente geniale, come quando, verso la fine dello spettacolo, una linea di luce che va dai capelli, al viso, fino ai piedi, lascia vedere nel buio solo i profili delle due attrici».
Armal Bekir, «Al-Ahram», Il Cairo, 12 settembre 1997

«Tra gli spettacoli più interessanti del Cairo International Festival for Experimental Theatre, vi è quello italiano: Slow Flash (Folgore Lenta), del regista Fabrizio Crisafulli [...] Limportanza di questo spettacolo è dovuta allalto livello qualitativo e innovativo del lavoro registico di Crisafulli [...]. Lo contraddistinguono grande tecnica ed interiorità profonda [...]. E fa riflettere su come il teatro possa tornare alle sue origini: [...] alla filosofia, alla riflessione delluomo sul mondo. Nella sua costruzione assomiglia ad un tranello eseguito con abilità straordinaria, capace di catturare lattenzione dello spettatore dallinizio alla fine. La luce sembra vi svolga il ruolo del personaggio principale, e mette quest'opera in stretta relazione con la sfera delle arti visive. Ideata con grande sapienza dallo stesso Crisafulli – che si rivela anche profondo conoscitore delle tendenze artistiche contemporanee – è il mezzo attraverso il quale costruisce quadri di grande sensibilità e precisione.
Luce e teatro – strumenti dei quali lartista visivo generalmente non dispone – sono per lui strumenti per esprimere nel modo più libero la propria arte. Di questa sua maestria è testimonianza – oltre che la sua stessa biografia – anche il fatto che già nel 94 qui al Cairo il suo lavoro era stato segnalato dalla giuria dei critici per la scenografia. Mi sembra che il lavoro teatrale di Crisafulli costituisca un esempio unico nel campo della sperimentazione visiva: la sua tensione verso la purezza del teatro e dellimmagine si confronta con le esperienze internazionali oggi più avanzate; allo stesso tempo, appartiene alloriginario spirito poetico del teatro, come si è espresso dai Greci fino a Shakespeare».

Awny El Husseiny, «Al-Shrouk», Il Cairo, 8 settembre 1997

«Lo spettacolo si crea nellanimo dello spettatore. Diversi livelli di coscienza entrano in dialogo con quel mondo segreto [...]. Musica e parola sono integrate nello stesso linguaggio, in scene che vivono in una dimensione interiore [...]. Slow Flash esprime i colori e i suoni dellesistenza».
Aimen Farouk, «The Experimental», n. 3, Il Cairo, 3 settembre 1997

«Brevi e delicati racconti detti da due attrici: un viaggio attraverso differenti universi della realtà e del sogno, tra immagini di rocce, foreste, mari. Il regista esprime la propria poetica con un uso altamente professionale delle tecniche scenografiche e di luce. I movimenti essenziali e fluidi delle due attrici – anchessi di alta qualità professionale – si misurano con semplici elementi di scena: nove aste, simili a ceri, che occupano la parte centrale del palco. E qui cè un punto importante che non si può ignorare parlando di questo spettacolo: il regista è, allo stesso tempo, lo scenografo e lautore delle luci. Questo fa capire lo stretto rapporto che cè nel pezzo tra i contenuti e gli aspetti visivi».
Sami Ismael, «The Experimental», n. 3, Il Cairo, 3 settembre 1997

«Due attrici vestite di scuro si muovono in una scena scura. Costruiscono loro stesse gradualmente la scenografia, infilando una dietro laltra nove bacchette bianche in altrettante pietre disposte sul palco. [...] Con grande maestrìa vengono create linee luminose sulle aste e sugli stessi corpi delle attrici. Nel finale, grovigli di linee luminose bianche e colorate, componendosi con i fogli di carta che le attrici attaccano via via sul fondale, creano, in un crescendo fluido e stupefacente, un quadro di grande bellezza e suggestione.
Lo spettacolo è una lezione di illuminotecnica teatrale: su come si possono realizzare luci di altissima qualità artistica e professionale. Il regista e i suoi collaboratori hanno lavorato essenzialmente sui meccanismi dellimmaginario, basandosi, più che sul testo, sul ritmo, la visione, il suono puro. E sul rapporto tra forme e colori. Facendo leva sullo schermo interiore dello spettatore.
La luce, la folgore lenta, mette in contatto con qualcosa di interiore, in modo sottile, creativo; con assoluta sapienza. La cosa curiosa di questo spettacolo – durato 50 minuti senza che vi sia stato un attimo di noia – è che esso non ha usato alcuna tecnica di intrattenimento di quelle che usualmente divertono il pubblico teatrale, né attrezzature particolari, al di fuori delle luci e dei computer forniti dallHanager».
Mohamed Zuhdi, «The Experimental», n. 4, Il Cairo 4 settembre 1997

«I colori arrivano in scena in modo graduale, delicato, come stesi dal pennello di un pittore. Attraverso tecniche di luce di alto livello, che giocano con lo spazio e col rapporto forma-colore. E la musica ritrova in questo contesto la sua antica, possente funzione. Il crescendo di colori e musica della scena finale, viene sopraggiunto dal blu. [...] Lo spazio si allarga. Il grande quadro si cancella. Lo spettacolo termina. Non termina però per lo spettatore, che continua a pensare e immaginare. Succede qualcosa di simile a quanto avviene in quella poesia di Jacques Prevert che parla di un artista che dipinge un uccello, e quando finisce il quadro, apre la gabbia e lo fa volare. Vedere questo spettacolo ci ha procurato un grande piacere, anche perché, dopo che è finito, esso crea unapertura: induce a pensare, e si presta a diverse possibilità dinterpretazione. Esso fa anche comprendere come sia necessario rimettere in discussione la nozione stessa di teatro. È la stessa questione che ci si può porre di fronte ad altre opere che hanno rotto con i confini tradizionali del teatro [...]. Bisogna dire che tale tipo di riflessioni possono venire in mente solo quando si è davanti alla vera arte. Che è quella che ti pone questioni per le quali non si possono avere risposte pronte».
Nahed Iz Al-Arab, «The Experimental», Il Cairo, n. 8, 8 settembre 1997

«Come Patrick Süskind gioca in maniera così emozionante nel suo romanzo Il profumo con la possibilità di definire luniverso di una persona attraverso i suoi organi sensori, così al KE, in modo ugualmente coerente e perfetto il regista Fabrizio Crisafulli rende, attraverso luci e colori, sentimento ed energia [...].
Fortune Decides Who Will Start the Game recita linvito a questo omaggio ad Yves Klein, nel quale però nulla viene lasciato alla sorte o al caso. Come una corda invisibile il testo si tende sul palco e vibra con esso. Nessuna biografia, nessuna storia. Impressioni.
Qualcosa di a-sentimentale, che stranamente non è mai irritante. Pietre che si infiammano di rosso. Obelischi (a citazione dello straordinario pittore del blu) che si trasformano sensibilmente da oggetti inanimati in vibranti bacchette [...]. Elementi che, attraverso luso delle ombre e delle luci, permettono a Crisafulli di svelare continuamente nuovi segreti. [...] Uno straordinario sogno teatrale».
Uschi Loigge, «Kleine Zeitung», 24 ottobre 1997

«Il “Maestro della luce tra i registi italiani ha elevato lo spettacolo a livello di arte figurativa: geniale il suo gioco di luci e colori, essenziale la scenografia, costituita da semplici aste che vengono fuori da pietre e che variano costantemente la loro funzione».
Seri, «Neue Kronenzeitung», 24 ottobre 1997

«Un affascinante intreccio di scenografia, musica ed effetti di luce, tra teatro ed arte visiva [...]. Luce che saccende in lampi leggeri, illumina lo spazio e le parole, combinandosi con la musica e i testi poetici. Luce che si dà in suoni brevi e – per paradosso – silenziosi. Colori in movimento. Ritmo. Testi in tedesco, inglese e francese che esplorano tutte le possibilità di espressione e di intreccio tra le lingue. Il blu – il colore di Yves Klein – come elemento seducente ed essenziale. Le due attrici (Irene Coticchio e Barbara de Luzenberger) che esibiscono a tratti una gestualità da rito orientale, sospesa tra calma e tensione, con movimenti controllati e, allo stesso tempo, carichi di energia. Numerosi riferimenti ad Yves Klein nella scenografia, nel testo e nel linguaggio corporeo. Un testo di Andreas Staudinger è stato la base di partenza sulla quale Fabrizio Crisafulli ha costruito questo suo pezzo di teatro sperimentale. Con citazioni dallo stesso Yves Klein e da Wittgenstein. Giocando in maniera geniale su pochi espedienti scenici. Slow Flash aveva debuttato al Cairo International Festival for Experimental Theatre, dove ha ricevuto tra laltro una menzione della critica per la scenografia».
Annemarie Fleck, «KZ», 2 novembre 1997

«Forse è lunico festival al mondo, quello del Teatro Sperimentale del Cairo, in cui i codici di comunicazione occidentali e orientali vengono a confronto, possono rispecchiarsi [...]. Cospicuo, come forma estrema di evento teatrale alla pari di The Descent è stato Slow Flash, del regista italiano Fabrizio Crisafulli, in cooperazione con laustriaco KE Teatro.
Questi due spettacoli sembrano molto distanti tra loro, nella ricerca di nuove modalità espressive, ma in buona sostanza molto simili per quanto riguarda il sottotesto. In ambedue cè un atteggiamento spiritualistico, una ricerca quasi da scienze esatte dellAssoluto. Luno operando su una gestualità esasperata, sciamanica, laltro attraverso una ricerca tecnologica illuminotecnica in uno spazio algido con spezzoni di frasi-storie [...]. Tra questi due eventi estremi si è sviluppata tutta una dialettica di siti e strategie teatrali».
Valerio Fantinel, «Sipario», n. 581, ottobre 1997

«Che un lavoro teatrale venga dedicato ad un artista della caratura di Yves Klein non può certo sorprendere; sorprende, e molto, invece, lo spessore poetico, di un’eleganza somma, potente e fragile ad un tempo, dello spettacolo di Fabrizio Crisafulli e Andreas Staudinger Folgore Lenta. […] Lo spettacolo, nel felice intreccio di luci, testi, suoni e varietà cromatiche, pare assumere il connotato cerimoniale di un’inedita e suggestiva liturgia del colore. Detto, immaginato, o visto, in forma stabile e non, il colore entra in rapporto con suoni e rumori conservando costantemente una grandezza di divina bellezza ma di umana provvisorietà. […] La presenza delle attrici sul palco crea un tramite tra spazio scenico e platea, una possibilità proiettiva e identificativa non soltanto simbolica, ma anche, e soprattutto, psicologica che riesce ad ordinare nello spettatore gli indispensabili nessi, solo apparentemente fortuiti, attraverso cui la parola, fusa col gesto, si fa luce, colore, segno. I testi interpretati, tratti da citazioni di Klein, Goethe, Wittgenstein, ma anche da suggestioni di Staudinger e dai sogni delle stesse attrici, nel ricondurre il tutto a una dimensione onirica, interrompono con improvvise accelerazioni i misurati adagio della fruizione estetica».
Andrea Romoli, «TerzoOcchio», n. 93, dicembre 1999

«L'elemento umano assume il ruolo di colui che 'porta' o sposta la forza, l'energia, il valore racchiusi nel colore. Il lavoro è prima di tutto un'azione di luci, un esperimento sull'uso della luce in teatro non come supporto dell'azione e della scenografia, ma come testo, insieme di parole con elementi definiti che mostrano se stessi, sottraendosi alla seduzione e allo smarrimento della luce come gioco».

Vittoria Biasi, «Lighting Design», n. 54, gennaio-febbraio 1999

 

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