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« […] Non è un teatro
(obbligatoriamente) d’attore, non è un teatro che si
sviluppa (unicamente) fuori dai teatri, non è un
teatro che si risolve (altrettanto unicamente) nella
pura dimensione luministica o nel dramma degli
oggetti e della tecnica: e il reiterato uso
parentetico degli avverbi sta ad indicare forse la
più evidente peculiarità del regista catanese,
quella dell’apertura, della possibilità, della
capacità di porsi in ascolto. E quindi della volontà
di scegliere e di variare. Ma anche di lasciarsi
permeare. La volontà dell’attraversamento: di
luoghi, di luci, di corpi, di suoni e rumori, di
sensazioni. E solo tangenzialmente,
pretestuosamente, di storie. […] È a
partire da questi presupposti e da queste aperture
che si struttura l’operato di Crisafulli: passando
in rassegna le immediate emergenze della sua visione
teatrale, riferibili alle incidenze drammaturgiche
della luce e dello spazio, sarebbe ora fin troppo
facile rintracciare ad esempio risonanze
schlemmeriane (High Vaultage, 1995; oppure
Centro e ali, 1996), o convocare a illustri
modelli presenze come quelle di Edward Gordon Craig
e Adolphe Appia: non è un caso infatti che lo stesso
regista, riprendendo una nota formulazione del
teorico ginevrino, abbia intitolato Luce attiva
un suo raffinato saggio dedicato agli usi della luce
nel teatro contemporaneo. Piuttosto credo che sia
opportuno sottolineare che l’evocazione di maestri
della regia come Craig e Appia, più che costituire
due segmenti della rete aleatoria e inesauribile
delle filiazioni e dei prestiti – tutti in fin dei
conti deriviamo da qualcuno o assomigliamo a
qualcosa –, risponde ad una articolata e complessa
idea di teatro, ricchissima di aperture e intuizioni
ma anche ugualmente prodiga di contraddizioni
feconde. Che tuttavia non precludono coesistenze. Si
pensi ad esempio all’opposta concezione dell’attore
in Appia e in Craig, essendo per il primo
l’insostituibile trait d’union tra musica e
scena, l’incarnazione della musica attraverso il
ritmo, e per il secondo una presenza inaffidabile
che deve essere rimossa, obliterata dalla
Supermarionetta, fino al raggiungimento del
cosiddetto dramma del silenzio, fondato sulla
cristallina purezza dei giochi di ombre e di luci
originatisi dal movimento scenico degli screens.
Due concezioni diametralmente opposte, irriducibili,
ma che nel complesso della pratica spettacolare di
Crisafulli spesso coesistono in
armonica
alleanza».
(Renzo Guardenti,
Scene, frammenti, visioni: note su Fabrizio
Crisafulli, in Fabrizio Crisafulli: un teatro
dell'essere, a cura di Silvia Tarquini, Editoria
& Spettacolo, Roma, 2010, pp. 16-18).
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