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Raimondo Guarino
Disegno-luce-regia, in  Lingua stellare. Il teatro di Fabrizio Crisafulli. 1991-2002, a cura di Simonetta Lux, Lithos, Roma, 2003
 



                                                                                Battito, naso, lungo

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«Quando assisto allo schiudersi progressivo dello spazio in uno spettacolo di Fabrizio Crisafulli, lo associo all’attitudine analitica di Michelangelo Antonioni per il rapporto tra fotografia e narrazione filmica o alla visione apocalittica di un mondo di cose senza uomini; ma si tratta di un’impressione parziale. Il mondo di Crisafulli tende ad articolarsi in un universo abitato, attraversato, interrogato da presenze. A fissare nella scena un processo alterno di desertificazione e rianimazione. […] Il suo approccio allo spazio è un approccio nello stesso tempo multidimensionale e frontale. […] Crisafulli muove dal potere e dalla purezza del disegno per accedere alla composizione e nella scoperta, quasi nello stupore del volume e delle vibrazioni e varianti dinamiche dei corpi e contorni, e del volume aggiunto che è la presenza dello spettatore. Qui la cavità non è un vuoto, e lo schermo non è una superficie, ma i due principi si moltiplicano in un’infinità di punti che genera la possibilità e la scoperta di infiniti piani. Qui interviene la luce come strumento principe nella direzione dell’attenzione e della morfologia del campo scenico. […] La luce è anima dell’inanimato, forza dinamica che modella per emanazione, che incontra l’occhio e lo guida, cambiando densità e calore. La luce è in questa accezione la chiave del nesso vitale tra organizzazione e organicità. Organizza il luogo in termini monumentali o ambientali, e lo rende nello stesso tempo organismo e materia. […]
Fin dagli inizi de Il Pudore Bene in Vista vige una precisa economia dell’immagine, in cui la durata agisce come vicenda fluida e reversibile delle figure, sospensione degli stati fisici, esplorazione degli snodi mentali della visione. Ne risulta una logica percettiva assorta eppure fluida. Il performer è performer che abita, seziona, percorre, ricompone. Ma ogni figura, nello scambio, tra animato e inanimato, come ogni presenza, è revocabile, in una precarietà che traspone opzioni tecniche in ritmi cosmici. Il regista è l’autore di una macchina che genera, con un effetto di automatismo, lo sviluppo di premesse formali semplici, e la scoperta dello spazio nella durata dello spettacolo.
Bisogna capire come, per quanto derivante da una formazione specifica, la presenza di Crisafulli nel teatro non è la mera proiezione di una competenza artistica, ma la sua ridefinizione in termini di teatro. E, nello stesso tempo, una delle riformulazioni possibili dell’identità registica. In questo senso vanno rivisti gli spartiacque novecenteschi tra il regista come creatore di azioni attraverso gli attori, e come pedagogo creatore di attori; e il regista che, in una diversa accezione, agisce indirettamente sull’attore attraverso il contesto materiale, e che sollecita l’apporto dell’attore, provocandolo attraverso una ricerca comune. Si tratta del livello della creazione teatrale che Stanislavskij chiamava delle “circostanze date” e che, nella sua cultura teatrale, corrispondeva al testo drammatico. Nella cultura teatrale contemporanea non si riconosce più un modello egemone per cui le circostanze date sono il repertorio della drammaturgia letteraria. Subentra ciò che genericamente possiamo chiamare “situazione di lavoro”. […] Nel caso di Crisafulli, l’idea che lo spazio sia il campo di un confronto di interventi e sensibilità attiva processi cui il regista imprime una coerenza compositiva, un invito, un disegno formale originale e sollecitato per induzione, più che un postulato di controllo totale».


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