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«Lo spettacolo […] è
un gioco e una sfida. Una rete di dinamismi che si
snodano tra movimenti a scatti, rumori di computer,
squilli di cellulari, voci iperamplificate e segni
luminosi che disegnano gli spazi oscuri. È uno
sguardo al microscopio: attento, circoscritto,
analitico e registrato nella luce. Dove la linea di
astrazione scenica tipica della compagnia […] tocca
un minimalismo segnico e mentale, che nello
spettacolo si traduce in poesia […]. Fa uso di una
costellazione di linguaggi tecnologici, non tanto
per trasformare l’immagine e l’estetica del lavoro,
quanto come modo di comunicazione di un pensiero».
Vittoria
Biasi, «Gulliver», n. 6, giugno 2000
«Per un’ora ci si è trovati avvolti in un vortice di
immagini elettrizzanti, sguardi ammiccanti, gesti
sintetici/ipnotici, segni luminosi che viaggiano
nella scena semibuia. E suoni incalzanti di
apparecchi elettronici, cellulari, computer. Dai
quali si sono visti emergere racconti di vita
divertenti e spaesati, presenze magnetiche ed
esilaranti di attori-danzatori dalle grandi capacità
tecniche, citazioni gestuali-visive dalla storia
dell’arte, riambientate in un contesto
“elettronico”. Nel finale, con effetto a sorpresa (e
un po’ di terrore) un esercito di lucine e stridori
elettronici ha invaso il teatro buio, fino a
sovrastare gli spettatori con un cielo artificiale
di verdi tremolanti stelle. Mozzando definitivamente
il fiato ad un pubblico silenzioso e rapito».
Adriana Ginammi,
«Il
Corriere del Sud», 30 maggio 2000
«Neppure Chlébnikov, cui l’opera è ispirata, avrebbe
azzerato così
tempo-spazio-luce-parole-corpo-materia,
delocalizzandone il paesaggio. Potrebbe essere una
costellazione celeste, una fantasmatica e visionaria
epifania del cosmo o quell’inframondo
merleau-pontyano che moltiplica il visibile
all’invisibile? È soprattutto l’esistente
frammentato e fagocitato dall’onnivoro refrain del
quotidiano, eppure non ci si riconosce se non
empaticamente, non ci si proietta se non
poeticamente, non ci si immedesima se non
ironicamente. […] È soprattutto un limine che
interpone la memoria letteraria e sinestetica al
frame del presente, la distanza fisica alla
vicinanza virtuale, la parola all’etere, il locale
al globale. E tutto questo avviene in una sorta di
interregno assoluto in cui il buio reale della scena
invera lo sconfinamento spaziale. Certo illusorio,
certo manipolato dalla scenotecnica: ma significa
rappresentazione del reale nell’epoca della
comunicazione via rete. [...] A questa fuga senza
fine, o forse a questa deriva, sembra fissarsi
un’opera come Lingua Stellare, la quale ne congegna
un progetto ottico affascinante, che “alleggerisce”
le probabili conclusioni, ma non ne esclude le
conseguenze. [...] È quella atopia borgesiana che si
ravvisa in filigrana. Quella proprietà che Jorge
Luis Borges aveva nel ritagliarsi uno spazio
letterario, fantastico e inclassificabile. Uno
spazio proprio in cui traslare e trasgredire le
imposizioni del mondo letterario e
riterritorializzare la sua poetica. Il teatro di
Crisafulli vuole, appunto, riterritorializzarsi
nell’Altrove».
Teresa
Macrì, Lingua stellare: teatro dell’altrove,
in Lingua Stellare. Il teatro di Fabrizio
Crisafulli. 1991-2002, a cura di Simonetta Lux,
Lithos, Roma, 2003
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