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Teresa Macrì
Lingua stellare: teatro dell’Altrove, in  Lingua stellare. Il teatro di Fabrizio Crisafulli. 1991-2002, a cura di Simonetta Lux, Lithos, Roma, 2003
 



Lingua Stellare.  Foto di Marta Orlik Gaillard

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«Alla libera coscienza del proprio fare e disfare, si abbandona la maniera di vivere il teatro di Fabrizio Crisafulli, così anomalo nel suo viaggio esplorativo, così poco incline alle modalità d’annata e alle sollecitazioni omologanti. […] Del resto il termine teatro sembra assai riduttivo nel definire la ricerca di Crisafulli, poiché gli ambiti in cui si avvicenda la sua esperienza creativa sconfinano in quello che la danza-teatro, la performance teatrale, di matrice e respiro più europei, assommano. […] Indubbiamente è un teatro dell’Altrove quello che Crisafulli attiva: un Altrove che a volte è un ricorso spazio-temporale illusionistico, a volte una evocazione geo-estetica, a volte un luogo inaspettato e improbabile, a volte una acrobatica vertigine anti-gravitazionale. Un altrove che è ricerca ideativa e ispirativa, ma anche metodologica. Si direbbe pertanto che la pienezza e il senso della vita siano in un altrove virtuale: in spazi e tempi immaginari, incollocabili entro la consueta disposizione delle cose e la serie degli eventi in cui siamo di fatto inseriti. A tale idea si accompagna peraltro l’oscura consapevolezza che l’altrove è già qui, incastonato in luoghi endotici piuttosto che esotici, nel vicino che incrocia il lontano […]. Dunque questo teatro delinea un territorio atopico. Poiché, venendo meno il concetto di fissità delle categorie tematiche/creative/filosofiche/linguistiche, il relazionarsi con il mondo acquista una “liquidità” tale da consentire aperture e alternative. […] Evidenziando un suo progetto installativo itinerante, Crisafulli, non indifferentemente, sembra usare il luogo rappresentativo come luogo del possibile, azzardando ipotesi e alchimie rappresentative che nascono e si fondono proprio con il luogo che lo accoglie. […] Fortezze, cunicoli, treni, acquedotti, ponti, criptoportici, campi di calcio, rive di laghi e di fiumi, parchi, cantine, pescherie […] Spazi istituzionali e non. In essi è lo spiazzamento illusionistico che irrompe nel tempo reale e riscrive un immaginario altro e sospeso, […] spazzando via mimesi e narrazione, invertendo regole e norme. Da ciò si vivifica l’Altrove poetico e subliminale in cui l’inclassificabilità del luogo, dello spazio, della lingua, del suono e della luce danno luogo ad un terrain vague […], un’interzona linguistica in cui memoria e presente si intersecano in una utopia: quella del relazionarsi, del sentirsi, del dirsi, dell’intendersi».

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