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«[…] Il Pudore Bene in
Vista è una composizione scenica ideata e
diretta da Fabrizio Crisafulli. Le varie discipline
artistiche che interagiscono sono la fotografia, il
video, la pittura, la scultura, la musica, l'azione
scenica (interpretata durante il Festival Saraton
nell'ex Unione Sovietica da Giusi Gizzo, Agata
Monterosso e Ramona Mirabella) ma soprattutto, in
questo caso, una utilizzazione concettuale e
spaziale della luce come elemento discriminante e
conoscitivo di particolari configurazioni. Crisafulli utilizza
la luce mediante una messa in gioco dell’immagine
apparente; “allusivamente” denaturalizza la figura
umana realmente presente in scena per condurla verso
differenti registri percettivi, modificando di
conseguenza (e non in conseguenza) ogni volta lo spazio scenico.
In tal
modo annulla la differenza tra immagine reale e
virtuale senza tuttavia ricorrere a motivazioni o
circostanze “altre”: In sostanza, Crisafulli sottrae
le intenzioni e ci lascia soli a riflettere e a
vedere la stessa cosa con “cento” occhi diversi… per
fare più luce sulle cose».
Giovanni
Iovane, «Titolo», n. 7, 1991-1992
«[…] Poesia e tecnica sono qui a compiere piccoli,
affascinanti miracoli, ora disegnando con la luce le
figure, ora 'costruendo' la luce coi corpi, con gli
atteggiamenti, con la fantasia e, in definitiva, con
la magia. E allora ecco tre ragazze (Giusi Gizzo,
Ramona Mirabella, Agata Monterosso) ritrovarsi a
vagare entro se stesse, moltiplicandosi,
annullandosi, crescendo o diminuendo, camminandosi
sopra. E tutto ciò sulle più strane provocazioni
musicali, fino a divenire 'vere' coi loro corpi e
coi loro movimenti, ma au ralenti come se
venissero per la prima volta a contatto con
un'ambigua e ignota realtà esterna. E il pudore bene
in vista, sempre».
Domenico
Danzuso, «La Sicilia», 13 dicembre 1992
«Il trucco c'è ma non si vede. Magia illusionistica
delle ombre e delle luci che scontornano e
moltiplicano tre figure femminili, tre silhouettes
fluttuanti nello spazio nero come in una seduta
spiritica [...]. In questo lavoro gradevole e curato c’è più
scienza, più gaia scienza, di quanto possa sembrare.
È il frutto portato a maturazione dall'insegnante
appassionato e creativo di un laboratorio di
scenografia che si è svolto per un anno
all'Accademia di Belle Arti di Catania. Senza pedanterie didattiche e citazioni
vistose, ma reinventando sulla scia delle prime
intuizioni di Appia e di Gordon Craig delle piccole
drammaturgie luminose, lo spettacolo di Crisafulli
evoca con l’aiuto di una bella colonna musicale un
percorso a vasto raggio nelle esperienze delle
avanguardie al bivio tra teatro, suono, danza,
immagine. Si possono, ad esempio, cogliere nei
passaggi, nelle metamorfosi a vista del "numero"
iniziale, uno dei migliori, con le tre figure che si
raddoppiano diventando le copie iperreali di se
stesse, delle affinità con le sperimentazioni
americane del teatro-immagine degli anni '70. Ma
anche ricordi del teatro di colori dei futuristi o
delle composizioni astratte di Kandinskij, delle
alchimie iconografiche e dei "trompe l'oeil"
surrealisti, delle pantomime di oggetti o di corpi
sospesi nel vuoto del Teatro Nero di Praga. Fino
alle più recenti esperienze di Carella, della Gaia
Scienza o del teatro tecnologico di Krypton […]
condotto da Crisafulli e dalle sue tre interpreti:
Giusi Gizzo, Ramona Mirabella e Agata Monterosso, in maniera fresca, ancora con il
profumo della sorpresa e della scoperta».
Nico
Garrone, «La Repubblica», 16 gennaio 1993
«[…] Delicatezza e poesia, viene subito da pensare e da
dire guardando quello che accade sulla scena buia.
Tre attrici vicine (Giusi Gizzo, Ramona Mirabella e
Agata Monterosso) muovono e congiungono le dita, le
braccia, giocando e dialogando con la luce e facendo
in modo che la luce giochi e dialoghi con loro. Sono
vestite di bianco, ma poi di verde, di rosso, come
decide la luce che il regista fa muovere sui tre
corpi. Questa è solo una delle immagini. Si assiste a trucchi inaspettati, fantasie e
comicità inaspettate, come quelle provocate dalle
scarpe che, animate con il semplice movimento dei
piedi e con gli effetti musicali e di luce, assumono
forme e aspetti dei sogni. Il sogno e la malinconia
sono altri due elementi. Parlano le immagini
proiettate sui tre corpi che diventano schermi per i
video. Si proiettano la “storia” e i movimenti delle
tre ragazze. Qui sono bambine vestite di bianco.
Scendono e salgono sui sentieri formati da pietre
laviche, si muovono con la semplicità dell’infanzia.
Malinconia dei racconti narrati da voci accompagnate
da lune e diagrammi di luce che si incurvano in un
cielo nero immaginario».
Laura
Detti, «l’Unità», 16 gennaio 1993
«[…] Merita la massima attenzione uno spettacolo come
questo, con l’augurio che non rimanga un’isoletta
solitaria, ma segni la ripresa di un filone che
potrebbe affiancarsi al teatro di parola, senza per
questo soppiantarlo […]. È quasi vertiginoso il
pensiero delle infinite possibilità creative che si
aprono con uno strumento come la luce, così
sapientemente usato».
Gianna
Gelmetti, «Sipario», n. 535, luglio-agosto 1993
«Il Pudore Bene in Vista è un progetto scenico che
nonostante alcune ascendenze nel 'teatro-immagine'
(o anche nell’Art of Ideas) degli anni Settanta, non
si presta – direi fortunatamente – ad una semplice
classificazione. Certamente Dan Graham o Robert
Wilson non sono ignorati (ma questa è una regola per
chi voglia fare teatro con un minimo di serietà), ma
l’opera di Crisafulli riesce a caratterizzarsi
originalmente proprio facendo ricorso ad alcuni
elementi semplici – o apparentemente tali – e
strutturali, come il colore, il suono, l’immagine,
il corpo e la parola che si costituiscono ora in
scena reale ora in scena virtuale e nella loro
reciproca corsa all’opposto. L’immagine, dunque,
come teatro della sua sostanziale ineffabilità e
ambiguità».
Giovanni
Iovane, «Carte d’Arte», n. 4, 1992
«[…] Poche parole e molta avanguardia in una
rappresentazione che ha fatto il giro del mondo e ha
impressionato piacevolmente numerose platee […].
Giochi di luce e di immagini caratterizzano una
sequenza di momenti intensissimi a metà strada tra
l'onirico e il post-moderno. Tre donne in scena, ma
ora sono oggetti, ora schermi per proiettare
un filmino stile fratelli Lumiére, ora manichini su
cui luci multicolori disegnano abiti sgargianti, ora
automi che si muovono ritmicamente e forniscono un
pretesto per mandare in etere registrazioni di
poesie di Crisafulli»
Andrea Cauti, «Momento
Sera», 17
gennaio 1993
«Opera svincolata completamente dal
testo, tutto quel che avviene sulla scena è il
frutto del lavoro scritto durante le prove. Luci,
suoni, ombre, colori, parole, mimo, movimento sono
gli elementi scenici sfruttati da Crisafulli per lo
spettacolo, proteso verso uno strenuo lavoro di
immaginazione e continua ricerca. La luce diventa
fulcro di una buia scena che vede tre donne
avvicendarsi tra tensioni, paure e tanta ironia».
«Paese Sera»,
11 gennaio 1993
«[…]
Composizioni sceniche basate su un attento uso della
luce e delle proiezioni, in relazione allo spazio e
alle persone che in esso si muovono. Il rapporto
spazio-luce continuamente variabile rende questi
spettacoli eleganti successioni di architetture
virtuali, di quadri scenici legati tra loro da un
filo drammaturgico-visivo fitto di giochi evocativi
e di ironia. Il lavoro di esordio, dal cui titolo la
compagnia ha tratto il suo curioso nome […] è
una caso assai originale di convergenza, entro lo
stesso ambito creativo e la stessa opera, di
linguaggi e tecniche appartenenti a diverse
discipline: teatro, cinema, pittura, architettura;
con un tipo di approccio 'globale' ereditato dalle
avanguardie storiche, ma uno spirito tipicamente
postmoderno per abbondanza di riferimenti colti
(alcuni dei quali riconoscibili: Hans Arp, Man Ray,
Méliès, Rauschenberg, per citarne alcuni) e per la
libertà delle associazioni entro un estremo rigore
compositivo».
«L'Arca»,
n. 58, marzo 1992
«[…] Fabrizio
Crisafulli (Il Pudore Bene in Vista) per il
suo rigoroso rilancio del teatro-immagine».
Marco Palladini, segnalazione per il Premio Ubu, «Il
Patalogo 16»,
1993
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