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«Due ore di
spettacolo intenso, ironico, poetico. Due ore di
spettacolo senza attori: sono di scena luci, suoni,
colori. [...] Possono una sedia sdraio, un
ombrellone e una lampada tenere avvinti per più di
mezz’ora? Possono. E la rappresentazione è ora
malinconica, tenera, sognante, ora spezzata, ora
fluida [...]. Gli oggetti sono fermi eppure si
muovono animati dalla luce e dalla musica [...]. E
ancora fanno spettacolo linee fluorescenti rigide e
sinuose, linee statiche e linee che friggono, che si
inseguono e si snodano, linee che lasciano spazio a
forme geometriche e poi, quasi per una mostruosa
mutazione, alla figura [...]. Insomma, uno
spettacolo insolito, nuovo per la nostra città e
ricco di spunti e di suggestioni».
Pinella
Leocata, «La Sicilia», 18 luglio 1990
«Non è difficile, in questi pezzi, leggere anche la
lezione della “scenodinamica” di Svoboda o del
teatro di movimento di Alwin Nikolais, soprattutto
per l’efficace uso di proiezioni interagenti con la
scena. Così come sono anche chiari certi riferimenti
al teatro-immagine degli anni ’70 e ai giochi
luminosi-illusionistici di gruppi di danza americana
come i Momix e gli Iso. Ma il tutto è tradotto in
una poetica originale, piena di verve».
Ida
Scandura, «Espresso Sera», 17 luglio 1990
«I diversi brani presentati – esempi di
“teatro
visivo”, nel solco delle
“composizioni sceniche” di Kandinskij – sono un continuo di trovate, di
“effetti speciali” (di molti dei quali, tra l’altro,
è assai difficile comprendere il trucco), di magie
visive e luministiche accattivanti [...]. E, alla
fine, non rimane il senso di vuoto tipico degli
spettacoli basati, appunto, sugli effetti, o di
quelli di “suoni e luci”. Perché c’è humor e
poesia».
Eugenia Poli,
«Catania Sera», 15 settembre 1990
«Tre pezzi di teatro molto particolari,
“coreografie” di luci e oggetti, installazioni
viventi. Il cielo non si vede mai fa pensare ad
esperienze attuali e passate: Kandinskij, per la
struttura compositiva e la concezione del colore;
David Hockney, per la vivezza e la felicità
cromatiche.
È un pezzo senza attori, emozionante e raffinato,
che studia il rapporto tra luce e oggetti, senza che
l’intenzione analitica soffochi la poesia. Il
divertentissimo Tutti fìtti riprende, con
figurazioni originali, tecniche di teatro d’ombre.
Non mancano i buoni esempi evidentemente allude (e
anche qui “non mancano” le citazioni) ai precursori
storici di questo genere di spettacolo. La
performance parte lenta, geometrica, con una
tensione “trascinata”, per risolversi – attraverso
una serie di passaggi visivi – in
“apparizioni” di
figure, ed effetti di luce stupefacenti e pieni di
humour».
Marina Lo
Monaco, «Euro», ottobre 1991
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