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Risveglio Ufficiale del Canarino - 1991
 

«Due ore di spettacolo intenso, ironico, poetico. Due ore di spettacolo senza attori: sono di scena luci, suoni, colori. [...] Possono una sedia sdraio, un ombrellone e una lampada tenere avvinti per più di mezzora? Possono. E la rappresentazione è ora malinconica, tenera, sognante, ora spezzata, ora fluida [...]. Gli oggetti sono fermi eppure si muovono animati dalla luce e dalla musica [...]. E ancora fanno spettacolo linee fluorescenti rigide e sinuose, linee statiche e linee che friggono, che si inseguono e si snodano, linee che lasciano spazio a forme geometriche e poi, quasi per una mostruosa mutazione, alla figura [...]. Insomma, uno spettacolo insolito, nuovo per la nostra città e ricco di spunti e di suggestioni».
Pinella Leocata, «La Sicilia», 18 luglio 1990

«Non è difficile, in questi pezzi, leggere anche la lezione della scenodinamica di Svoboda o del teatro di movimento di Alwin Nikolais, soprattutto per lefficace uso di proiezioni interagenti con la scena. Così come sono anche chiari certi riferimenti al teatro-immagine degli anni ’70 e ai giochi luminosi-illusionistici di gruppi di danza americana come i Momix e gli Iso. Ma il tutto è tradotto in una poetica originale, piena di verve».
Ida Scandura, «Espresso Sera», 17 luglio 1990

«I diversi brani presentati – esempi di teatro visivo, nel solco delle composizioni sceniche di Kandinskij – sono un continuo di trovate, di effetti speciali (di molti dei quali, tra laltro, è assai difficile comprendere il trucco), di magie visive e luministiche accattivanti [...]. E, alla fine, non rimane il senso di vuoto tipico degli spettacoli basati, appunto, sugli effetti, o di quelli di suoni e luci. Perché cè humor e poesia».
Eugenia Poli, «Catania Sera», 15 settembre 1990

«Tre pezzi di teatro molto particolari, coreografie di luci e oggetti, installazioni viventi. Il cielo non si vede mai fa pensare ad esperienze attuali e passate: Kandinskij, per la struttura compositiva e la concezione del colore; David Hockney, per la vivezza e la felicità cromatiche.
È un pezzo senza attori, emozionante e raffinato, che studia il rapporto tra luce e oggetti, senza che lintenzione analitica soffochi la poesia. Il divertentissimo Tutti fìtti riprende, con figurazioni originali, tecniche di teatro dombre. Non mancano i buoni esempi evidentemente allude (e anche qui non mancano le citazioni) ai precursori storici di questo genere di spettacolo. La performance parte lenta, geometrica, con una tensione trascinata, per risolversi – attraverso una serie di passaggi visivi – in apparizioni” di figure, ed effetti di luce stupefacenti e pieni di humour».
Marina Lo Monaco, «Euro», ottobre 1991

                                                                                         
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