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Senti - 2003/06
 


                                                                                     foto di Fabio Marino
 

«Dove si leggono i nomi di Andreas Staudinger e Fabrizio Crisafulli si può esser certi di trovare qualcosa di inconsueto. È così anche per il loro ultimo spettacolo: Senso [Senti]. Dove i due autori mettono in gioco la “leggerezza dell’Essere” in un crogiuolo di sensazioni fisiche, suoni, luce, spazio. Lo spettatore partecipa con tutti i sensi di un mondo sospeso, dove la parola è spesso sostituita da altri linguaggi: ad esempio, il linguaggio dei piedi. O quello del respiro. Nel Piccolo Principe, Saint Exupery afferma che solamente il cuore permette di vedere bene. Sembrano sottintendere pensieri come questo le azioni dei quattro attori-danzatori. Che esplorano ironicamente, tra l’altro, anche le possibilità e le contraddizioni della grammatica e della logica, affermando, per esempio, le possibilità di “pensare con il corpo” o di “vedere il suono”. Tra piedi che commentano, lame di luce che tagliano la scena, narici che fremono. Un’ora speciale di bellezza e poesia. Tra incanti, evocazioni e presentimenti di un altro mondo».
Uschi Loigge, «Kleine Zeitung», 28 febbraio 2004


«Quando alla fine dello spettacolo i danzatori si avvicinano al pubblico con una sorta di canna da pesca con in cima una sfera scricchiolante, lo spettatore ha già da tempo abboccato all’amo. A meno che non abbia opposto quelle difese e quelle resistenze ultrarazionali che sole possono contro gli incantesimi di Fabrizio Crisafulli. Questo, ancora una volta, dimostra il suo ultimo lavoro: Senso [Senti], presentato al teatro KE. Chi è disponibile a “pensare” o a “fare musica” col corpo, come poeticamente sottintendono anche i testi dello spettacolo, viene immediatamente rapito da quest’intreccio di luce, suono e movimento, da queste visioni poetiche, ottenute con mezzi apparentemente semplici. Anche una persona molto cerebrale difficilmente può sfuggire a questi incantesimi, tanta è la forza di un soffio che scuote un corpo, di un intreccio di mani che si inseguono tra loro o che sembrano inseguire un insetto, o di tre corpi che si muovono come un unico immaginifico organismo. Chi non si lascia prendere, non può trovare aiuto nemmeno nei frammenti testuali di Andreas Staudinger, che con poetica ed ironica sapienza combina tra loro cose che difficilmente si potrebbero pensare associabili. E quanto del resto si combina molto bene, in questa nuova produzione per il KE, sono il lavoro dello scrittore e del regista con quello di danzatori eccezionali, in uno spettacolo straordinario».
Frieda Stank , «Kronen Zeitung», 28 febbraio 2004

«Il sentire degli attori-danzatori giunge genuino, omòfono, forte; il pubblico ne è pervaso. Il ricevere le sensazioni altrui, dei corpi in movimento sul campo d’azione, mette quasi paura. I rumori stessi degli organismi orchestrano la musica, creando dimensioni altalenanti tra il metafisico e il futuristico […] stimolano non solo l’udito ma coinvolgono più sensi, aprendo valichi da esplorare, cui accedere con la libertà di farsi avvolgere dal calore emanato dalla performance. […] Lo spettacolo diventa graffito di anime parlanti attraverso autonome dimensioni tese all’occulto che sprigiona dai sensi. La sospensione tra materia e spirito contempla la visione di dettagli appartenenti ad una componente terrestre, quasi carnale. […] Lavoro che aderisce ai migliori livelli europei, esemplare, unico in Italia. A Crisafulli si riconosce il merito d’aver individuato e studiato esigenti percorsi teatrali; ne esalta le peculiarità con lo stile ormai noto che va al di là dell’estetica, pur nitida e accattivante, non si sofferma sulla lusinga dell’etica, e varca il confine delle aspettative. On stage, la commovente delicatezza di Alessandra Cristiani, l’essenziale plasticità di Giuseppe Asaro, il vigoroso equilibrio di Carmen López Luna e la suadente voce di Angie Mautz […]. Riconferma lo spessore e la validità della ricerca di matrice italiana di Crisafulli, sempre più apprezzata dalle ribalte europee».
Marta Limoli, «Primafila», luglio 2004
                                                                       
«Il corpo, la luce, il suono, l'immagine, il tempo. Elementi sinergici, in tutte le creazioni dell'artista siciliano, che concorrono a formare un unicum suadente e coeso, capace di catturare i sensi e di stimolare emozioni nel pubblico. [...] I tre danzatori qui impegnati in scena [...] si offrono quali elementi dinamici di un campo d'azione dove essi "reagiscono" ponendosi in stretta relazione con gli oggetti, la luce, il suono, la voce. All'eloquenza delle pulsioni fisiche si accompagna, dunque,  l'ineffabile mistero di una sensibilità tattile, uditiva e visiva divenuta materia prima imprescindibile dal tutto: canale "fisiologico" di conoscenza attraverso il quale addentrarsi, non senza un pizzico di sana ironia, nei rumori, negli stridori e nei "controsensi" della realtà quotidiana».
Laura Novelli, «Il Giornale», 18 febbraio 2006                                                                        

«Molto bello, molto complesso, molto rigoroso [...]. Bello perché formalmente ineccepibile. Complesso perché attraversato da uno spirito indicibile e inafferrabile, com'è inafferrabile ogni senso. Rigoroso perché primordiale, fatto di poche cose, e pregnante allo stesso tempo. [...] Il richiamo del regista alla natura sinestetica del teatro mi ha fatto ricordare l'affermazione di Nietzsche ("Corpo io sono in tutto e per tutto, e null'altro") e il grido di Artaud ("Che hai fatto del mio corpo, dio?"). [...] Senti è uno spettacolo sulle percezioni fisiche. L'attenzione è rivolta alla piccola cosa invece che alla grande cosa. Molti drammaturghi e registi, avendo a disposizione il poco per andare a significare il molto, cercano l'assoluto ideologico e trovano il velo della superficie, che è immenso. In questo caso, il poco è il contenuto che va in cerca della forma nella quale si manifesta l'informe (per dirle con Hölderlin) e nella quale si esprime l'inesprimibile (per dirla con Benjamin): la quantità minima diventa una qualità massima e lo spettacolo si presenta come una piccola cosa posta sull'orlo dell'abisso. Questa piccola cosa mi ha donato il piacere di una leggerezza che dura nel tempo. Sono convinto che Crisafulli sia un poeta, perché agisce in modo leggero. Ed è leggero perché insegue il sogno. La sua poesia sta sotto la poesia della scrittura scenica, che fa a meno del testo, che è il testo, che produce semmai un testo drammaturgico di retroazione. E' la poesia vera. Poesia senza forma e senza testo. Non nasce dall'aura poetica, ma dal comportamento poetico assunto dall'autore rispetto alle cose che osserva/racconta».
Alfio Petrini, «Amnesia vivace», (http://www.amnesiavivace.it), n. 17, marzo 2006  

«[Un] ragazzo, solo, sdraiato sul pavimento come il Cristo del Mantenga, arcua il torace, poi il bacino, poi le spalle, seguendo lo stimolo del suono, che è musica, rumore, voci. […] Le cose si succedono, piccole, enigmatiche, imprevedibili, e riescono ad accendere l’aspettativa. […] I gesti si svolgono senza clamore, seguendo una logica che non concede spiegazioni, ma crea un’irragionevole complicità con chi guarda. L’effetto ipnotico è completo e diventa secondario l’interesse per quella che è l’idea che ha mosso Crisafulli nel creare Senti, parlare dei cinque sensi. Sembrava non fosse più possibile sorprendersi di alcunché a teatro. Invece in questo caso sembra di viaggiare in un mondo inedito, ma non straniero. Un pianeta abitato da creature […] che lanciano con leggerezza piccoli messaggi, che, per sentieri sotterranei, arrivano a destinazione».
Gianna Gelmetti, «Sipario», n. 682, aprile 2006
 

«L’ultimo spettacolo, Senti, visto a Roma lo scorso febbraio, esplorazione dei sensi, della percezione, dell’umano sentire, comunque affettivo, spostava l’erotismo dalla superficie e dal voyeurismo riportandolo all’ineffabile, alla forma; operazione di autonomia radicale oggi, di grande forza».
Silvia Tarquini, , «Arte e Critica», n. 47, luglio-settembre 2006

«Lo spazio è vuoto, eppure denso di una luce ambrata contro l’oscurità avvolgente dello sfondo. La giovane donna è di fronte ad una sfera bianca confitta su una leggerissima asta flessibile. Le sue mani accompagnano con gesti le leggere oscillazioni della sfera; il viso di fronte a quel bianco oggetto vibrante: la leggerezza del tocco, è una reazione nervosa, o come il contatto inaspettato e improvviso con un altro corpo nel buio. La relazione tra la donna e l’oggetto genera drammaturgie toccanti ed impreviste: le progressive accelerazioni della sfera, cui corrispondono gesti di pari intensità, si sedimentano in subitanei rallentamenti dell’azione, nei quali il rapporto tra i due soggetti si struttura nuovamente mediante lo sfiorarsi reciproco della sfera e del volto. Tenui contatti, respiri leggerissimi, fruscii impercettibili della sfera si caricano ancora di ondeggiamenti improvvisi, ritmicamente scanditi: reciproca compenetrazione, nell’oscura sospensione dello spazio e del tempo, dei movimenti dell’oggetto e del corpo. La donna guarda le oscillazioni della sfera di uno sguardo che trova concretezza nell’immediato svolgersi dell’azione, fatta di scarti, tocchi, battiti, attese, percezioni di quell’oggetto inanimato eppure mobile, fino al lento dissolversi della luce. Seduta a terra, raccolta su se stessa, la testa reclinata tra le ginocchia, la donna sfuma nell’oscurità con gli ultimi movimenti della sfera. Come lo svanire di una sensazione. […] Ci sono momenti felici in cui l’organico e l’inorganico si incontrano e si confondono, dando luogo a drammaturgie struggenti che vivono nell’equilibrio effimero della sospensione, in quella zona indistinta tra lo spazio non individuato, eppure sensibile e intimamente riconoscibile, e il tempo che sembra apparentemente congelare il suo fluire facendosi carico di attesa. Momenti felici, eppure non privi di una loro crudeltà, intrinseca e necessaria, poiché la sospensione designa per sua stessa natura una stasi tra un prima e un dopo, e quindi fatalmente una fine: stigma ineludibile di transitorietà. Ci sono momenti, cose, accadimenti, gesti che non si dovrebbero poter dire: momenti indicibili, appunto, la cui presenza e il cui senso si precisano nel loro stesso apparire, sfuggendo al dato puramente feriale e alla logica della narrazione. Momenti ugualmente felici e crudeli come quello illustrato nella descrizione appena trascorsa, che si riferisce a un intenso frammento di uno spettacolo di Fabrizio Crisafulli, Senti, andato in scena in anteprima nel 2003 e in versione definitiva nel 2004. ‘Senti’, appunto: laddove il sentire, per il tramite del tessuto visivo e sonoro dello spettacolo, va ben oltre la bassa urgenza del dire e qualsiasi istanza puramente mimetico-rappresentativa. Momenti che si afferrano ma non si comprendono, sfuggendo alle strutture razionali del pensiero: momenti che si impongono ai nostri sensi unicamente in virtù della loro manifestazione fenomenica, e che ci obbligano ad assumerli in quanto tali, rifiutando impellenze illustrative o insistite attribuzioni di significato. Sottraendosi a qualsivoglia logica dell’interpretazione [...]».
Renzo Guardenti, Scene, frammenti, visioni. Note su Fabrizio Crisafulli, in Silvia Tarquini (a cura di), Fabrizio Crisafulli: un teatro dell'essere, Editoria & Spettacolo, Roma, 2010, pp. 13-14.



                                                                           
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