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Shō. La Bellezza finale - 1998
 


                                                    foto di Marta Orlik Gaillard

 

«Detto in due sole righe: Shō. La Bellezza finale è, e probabilmente resterà, il miglior spettacolo di questa stagione romana nell’area della sperimentazione. Frutto di una collaborazione artistica fra due importanti compagnie del teatro di ricerca, Dark Camera e Il Pudore Bene in Vista, firmato a sei mani da Fabrizio Crisafulli per la regia e lo splendido disegno luci, Marcello Sambati per l’adattamento liberamente ispirato ad una novella di Tanizaki e coreografato da Giovanna Summo, Shō, in giapponese “racconto”, evoca sul filo di una memoria visionaria e incantata la vicenda di Shunkin e del suo devoto amante-servitore, interpretato dallo stesso Sambati».
Nico Garrone, «La Repubblica», 19 dicembre 1998

«Uno degli spettacoli più significativi di questo stralcio di stagione […]. Un percorso scenico ad intarsi fatto di parola profetica, gestualità enigmatica e una scrittura, o meglio, una vera e propria partitura di luci che si trasformano in bellissime venature diventando così il ritratto emozionale del corpo degli attori-danzatori. Una scrittura si segni, quella di Crisafulli, rarefatta, così misteriosa e levigata sulle possibilità narrative delle ombre da ricordare un ideogramma orientale […]. La compiutezza coreografica si abbandona ad una natura di fondo sempre cosciente del tema doloroso, e per questo impulsiva, complice degli altri elementi scenografici. […] L’azione e la “rumoralità” dei passi, quel sonoro proveniente dal pavimento amplificato, motivano il carattere epifanico del racconto, come se la tensione creata dai rumori e dai colpi improvvisi lo rendessero infine un rituale muto».
Paolo Ruffini, «Primafila», febbraio 1999

«Shō è un gioiellino stilistico, un racconto di evocazioni, ispirato alla Storia di Shunkin di Junichiro Tanizaki [...]. La parabola di Shunkin diviene in Shō un mosaico di immagini rarefatte, un racconto stemperato tra luci e ombre di cui si coglie il riverbero delle passioni segrete, la malinconia di ciò che non è stato, la poesia dell’attesa. Spettacolo sempre in equilibrio, Shō disegna il suo itinerario evocativo con ricercatezza, tra geroglifici luminosi, suoni di tempio e scorci da favola Zen. La regia di Crisafulli (autore prezioso anche del disegno luci) cura i tempi al millesimo, nota essenziale per un lavoro che si affida quasi completamente al senso della misura. Sambati si fa presente con i testi, lirici e sintetici fino all’haiku, mentre Giovanna Summo è una Shunkin di bellezza struggente, movimento rarefatto e intensità da icona. Da non perdere per i cultori di Zen, gli innamorati delle rarefazioni d’Oriente e per gli occidentali che amano gli spettacoli senza tante parole e molte emozioni».
Rossella Battisti, «Time Out Roma», 10 giugno 1999

«I sandali di legno disseminati lungo la scena, le maniche troppo lunghe di un abito azzurro che danza evocando i gesti degli attori onnagata nel Kabuki, il pavimento che lascia ascoltare l’eco dei passi come nel dramma Nō, il suono stridulo e metallico di uno strumento a corsa che giace a terra simile a uno shamisen, hanno un sapore di Giappone e nello stesso tempo indicano un luogo inesistente. La costruzione della scena rimanda ad altro. Suggerisce piuttosto la poesia di uno scenario irreale che obbliga l’osservatore a socchiudere gli occhi per ritrovare la completezza dei sensi passando attraverso le ombre».
Maria Pia D’Orazi, Shō: amore di tenebra, in Lingua stellare. Il teatro di Fabrizio Crisafulli, 1991-2002, a cura di Simonetta Lux, Lithos, Roma, 2003, p. 36

«Raffinato gioco di seduzione, lo spettacolo è una fuga onirica nelle atmosfere di Tanizaki tradotte in testi di forte impatto da Marcello Sambati [...]. È Proprio il contrasto fra luce e ombra a delineare lo spazio all'interno del quale la coreografia di Giovanna Summo scandisce il ritmo dell'azione. Le nicchie della sala, quasi materializzazione dei meandri nascosti dell'interiorità dei personaggi, risuonano di rumori reali prodotti dagli attori-danzatori in un continuo rapporto tra dimensione sonora e gestuale».

Marco Andreetti, «Corriere della Sera », 17 dicembre 1998

 

«La parte sonora dal vivo, i battiti secchi o lo strusciare dei passi sul palco amplificato, gli zoccoli di legno riverberati, i boati creati da Giovanna Summo-Shunkin battendo la pianta del piede sulla pedana, il suo "concerto" con lo strumento elettronico-ligneo, gli stessi rumori creati dagli attori-danzatori (versi, schiocchi, strofinìo dei vestiti), nel loro insieme creano un'atmosfera dilatata e sacrale. Sembrano derivare da un'idea della scena come unico, grande strumento musicale. Il suono registrato, peraltro, deriva dal lavoro in scena. In parte riproduce le sonorità delle azioni e del palco, in parte le rielabora in termini musicali. E si combina col suono vivo in sovrapposizioni, raddoppi, scambi. In definitiva, suono e musica derivano dallo spettacolo stesso, con meccanismo autogenetico [...]. La luce, in Shō, non è elemento sovrapposto. Né estetico. Ha radici nella costruzione del pezzo, alla quale contribuisce sostanzialmente. Ed ha vita parzialmente indipendente. Le ramificazioni di luce che lentamente avvolgono la scena, le lunghe sequenze visive che animano la piattaforma circolare di Shunkin, sono movimenti vivi, che - ache quando, come nel caso della piattaforma, avvengono senza attori - non creano cesure dal punto di vista dell'azione e della drammaturgia».

Simonetta Lux, in Lingua Stellare. Il teatro di Fabrizio Crisafulli, cit., pp. 70-71

 

«Si potrebbe definire esoterico il teatro che, agendo sulla sottrazione dei segni, crea un pieno di significato, e sa trasformare un minimalismo fisico in una totalità metafisica. E' sembrato così, ricco di palese aura esoterica, lo spettacolo Shō. La Bellezza finale creato dal regista Fabrizio Crisafulli, dall'attore-autore Marcello Sambati e dalla danzatrice Giovanna Summo. [...] Il lavoro teatrale sospende qualsiasi pretesa narrativa per darsi come una composizione scenica rarefatta e raffinata. Dove si intrecciano e si armonizzano i giochi di luce e tenebre con i radi, icastici versi neo-orfici detti da Sambati; le geometriche traiettorie dei danzatori-servi di scena con i movimenti circolari da coreografia sur place e la nudità rubensiana di Giovanna Summo-Shunkin; i rumori di zoccoli di legno che si moltiplicano nello spazio come celibi tracce con il noise-sound di una bizzarra chitarra-scultura. Il regista Crisafulli dispone pochi essenziali segni, fortemente allusivi, carichi di non-detto e della libidine dell'inesprimibile, che finiscono per restituire tutto il senso del prezioso e fantastico, nonché masochistico erotismo della storia. E per consentire agli spettatori-ciechi, come afferma Tanizaki, "di vedere le cose che gli erano rimaste segrete fino allora"».

Marco Palladini, I teatronauti del chaos. La scena sperimentale e postmoderna in Italia (1976-2008), Fermenti, Roma, 2009, p. 100

 


                                                                                         
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