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>RASSEGNE STAMPA<
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SPETTACOLI DEI LABORATORI
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Scena
in scena, 1994
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Magnetica City - Scandicci
2005
«A Scandicci
Crisafulli opera con il computer direttamente sulla
luce per creare proiezioni di forme dinamiche e in
continuo cambiamento cromatico, che coincidono
perfettamente con le forme della facciata di un
edificio neo-razionalista. Un uso del mezzo
piuttosto trasgressivo, che riporta il digitale alla
materia, l'oggetto, lo spazio, il luogo reali. Con
importante apporto sul piano teorico, in una fase
nella quale la luce elettronica tende a diventare
oggetto in sé, ma virtuale, e al di fuori di
qualsiasi contatto e relazione con il mondo fisico.
Se quest'ultima, che intrattiene il suo unico
rapporto con il codice numerico, usata nelle sue
qualità peculiari, crea immagini che si liberano
dalle leggi dello spazio e del tempo terrestri per
accedere a logiche non esperibili, non umane (lo
spazio “utopico” di Edmond Couchot, svincolato dal
punto di vista), la luce di questo artista trova
nella materia e nella sua memoria, la
propria matrice; i motivi della propria indagine, il
proprio senso, la propria attrazione».
Silvia
Tarquini,
Fabrizio Crisafulli. Azioni di luce,
«Luxflux
Proto-type Arte Contemporanea», n. 17, 2005 (in
parte trad. in inglese in
www.luceonline.it, sezione "Art and", 21 luglio 2006)
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Scena in
scena - Urbino 1994
«Il laboratorio
dell’Accademia è una delle realtà più interessanti
del teatro di ricerca. Lo spettacolo presentato ad
Urbino si compone di due pezzi. Il primo è un
omaggio a Kandinsky, che nel 1928 mise in scena il
poema musicale di Mussorgsky Quadri di
un’Esposizione. Il secondo tempo, intitolato
Soqquadri, mette in scena il
“dramma dello
smontaggio”, utilizzando gli stessi elementi scenici
con spirito opposto alla prima parte. Nella seconda
parte la scena si svela mettendo a nudo, con ironia
e sorpresa, i suoi meccanismi funzionali e la
concretezza delle immagini create dalla luce».
Stefano
Raia, «Corriere Adriatico», 20 gennaio 1995
«Performance di un’ora, senza attori, o meglio, con
attori-macchinisti, che solo nella
seconda parte dello spettacolo vengono allo scoperto
in una sorta di smontaggio drammatizzato (si
potrebbe dire di “decostruzione composta”) degli
elementi con cui è costruita la prima parte. La
scenotecnica si fa protagonista dello spettacolo,
mettendo in gioco i propri strumenti (vedi quella
linea di luce che, scorrendo lentamente nello
spazio, rivela martelli, pinze ed altri attrezzi).
Scopre – con precisa drammaturgia – i propri
meccanismi, fino ad un finale che vede le quinte, i
fondali, le “americane”, accasciarsi lentamente sul
palco, lasciando la scena nuda. Mettendo
ironicamente in vista il suo scheletro, il muro di
fondo., il sottopalco, gli apparecchi illuminanti,
gli oggetti utilizzati. A fare da colonna sonora, i
testi e le poesie fonetiche di artisti visivi delle
avanguardie e delle neoavanguardie, da Duchamp a
Borofsky, con uno strano
“lamento” di Beuys a
contrappuntare la scena finale: un poetico ed
umoristico “saluto” a scena aperta di tutti gli
elementi utilizzati. Ma anche ben composti rumori
reali, come quel cigolio
“comandato” dalla rotazione
di tre attrici-macchiniste sedute sui loro
seggiolini girevoli».
Giuseppe
Cannilla, «Juliet Art Magazine», n. 71, febbraio
1995
«Il gioco è condotto con volute assonanze rispetto
alla storia e ai caratteri di quelle che si possono
definire le “seconde avanguardie” del nostro secolo.
Non a caso a far da colonna sonora vi sono le voci,
le poesie fonetiche, o i brani sonori e musicali di
artisti che di queste hanno fatto o fanno parte.
[...] Quel che avviene in questa seconda parte dello
spettacolo è allo stesso tempo misterioso ed
esilarante. Gli autori – utilizzando gli stessi
elementi impiegati nella prima, ne ribaltano l’uso
ed il senso, ne scoprono aspetti nascosti [...] come
se un diverso spirito (non più progressivo, ma implosivo ed ironico, com’è proprio di questi anni
di fine millennio) soprintendesse al linguaggio. Ed
alla stessa scenotecnica».
Giuseppe
Barbieri, «Gulliver», anno
XIII, n. 1, gennaio 1995
«Lavoro di considerevole perizia tecnico-artistica,
e dal linguaggio innovativo, basato su un
particolare impiego della scena e delle luci [...].
Gli esisti raggiunti sono assolutamente originali
per lo spirito contemporaneo che li anima e per l’inventività delle tecniche impiegate».
Giovanni Di
Mauro, «Insegnare», n. 6 1995
«Uno spettacolo suggestivo e ricco di poesia».
Carlo
Cavriani, «Il Resto del Carlino», 19 giugno 1995
«Un’esperienza che merita attenzione: il
laboratorio
dell'Accademia di Urbino [...].
Un’ora di spettacolo di sole luci e scenografia.
“Storie” visive che si succedono sul palco con
precisi criteri drammaturgici. Vivacissime e
sorprendenti; piene, allo stesso tempo, di
ammiccamenti
alla storia dell’arte del nostro secolo, e a quella
del teatro [...], con un uso sofisticato e
culturalmente aggiornatissimo delle tecniche
sceniche».
Enciclopedia Italiana, Annuario 1994, voce
«Teatro»,
Milano 1995
«Spettacolo ricco di suggestioni, sotteso da un
accurato lavoro di ricerca sulle tecniche visive e
musicali».
Paolo
Biscaro, «Il Gazzettino», 20 giugno 1995
«Di grande finezza e astrazione (in senso relativo)
Scena in scena del Gruppo Laboratorio Accademia Belle Arti di Urbino. Un
collage intelligente, molto pregnante come
operazione sul segno teatrale».
Eugene
Galasso, «Il
Mattino/Alto Adige», 22 luglio 1995
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Fog Malevič
- Catania 1990
«Al laboratorio
teatrale dell’Accademia di Belle Arti di Catania si
fanno spettacoli di teatro senza attori.
Protagonista assoluta è la luce che, attraverso
interazioni, riflessioni, controluci e cromatismi
diventa incredibilmente “solida”. Nel recente lavoro
del laboratorio coordinato da Fabrizio Crisafulli,
[…] da atmosfere impalpabili, nebbiose, vicine a
scenari naturali, si passa, attraverso la
condensazione delle forme e dei colori, a figure
sempre più astratte, geometriche, composte secondo i
principi della teoria suprematista delle forme
transitanti di Malevič. Il risultato, giocato
soprattutto sul rapporto luce-materiale, è di
progressiva solidificazione della luce».
«Modo», n. 129, gennaio 1991
«Sotto la guida di Crisafulli, vengono individuate e
studiate le diverse possibili relazioni
dell’illuminazione con le superfici e i materiali
scenici, in maniera tale che la luce diviene spesso
il solo “performer” in scena. In uno spettacolo del
1990, Fog-Malevič, l’interazione della luce con gli
elementi scenici ha permesso di ottenere una quasi
magica condensazione delle forme e dei colori, e la
creazione di forme geometriche astratte ispirate
alle teorie Suprematiste dell’artista russo Kazimir
Malevič».
Mike Clark,
«Lighting Dimensions», New York, n. 3,
aprile 1997
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