Biografia Spettacoli Archivio Spettacoli English essai Links
Galleria fotografica Bibliografia Rassegne Stampa Contatti


>R A S S E G N E   S T A M P A<
 


Sul Posto - 1998

 



                                                   


«Nel suo lavoro teatrale e di installazioni, l’artista entra nei luoghi, interpretando il vuoto dello spazio e del tempo, raggiungendo con le sue luci una condizione più vicina all’essere che al fare. «Quel che importa - scrive l’artista - è il paesaggio  Non solo la scena esterna. Dico anche il paesaggio interiore: quel particolare tipo di scena che si crea dentro di noi quando siamo in una condizione ricettiva. I due paesaggi - quello esterno e quello interiore - potrebbero essere la stessa cosa. ‘La scena del sogno è il corpo del sognatore’, diceva Géza Róheim. E Jakob Burkhardt: ‘Ci piacerebbe conoscere l’onda sulla quale andiamo alla deriva nell'oceano; solo, quell’onda siamo noi stessi’». Nell’installazione realizzata al Ponte romano di Parma, dal titolo Sul posto (1998), Crisafulli progetta una luce che non colpisce con prepotenza la struttura architettonica del ponte. Non è luce che "illumina", ma sostanza ed energia generatrice che sembra affiorare dalla stessa architettura, trasformando la situazione "trovata", in un’immagine radicale ed ardente.  Coerentemente col progetto "teatro dei luoghi", che l’artista porta avanti da molti anni, le sue luci catturano l’anima del sito. A Parma, il ponte romano si trova costretto al di sotto del piano stradale, entro un grande sottopassaggio in cemento: un luogo seminascosto, e oggi di fatto marginale, nel centro della città. Crisafulli ne ridefinisce la presenza, con estrema inversione di segno. Interviene nello spazio cogliendo le linee di separazione tra il volume e il vuoto. La luce, filtrata da una serie di lastre di vetro dipinte di nero, scalfite a mano, si ricompone, attraverso proiezioni provenienti da diversi punti dello spazio, sulla struttura reale del ponte, andando a coincidere coi confini di quest’ultima, frastagliandosi sulle sue irregolarità. Filtrate dal buio, le linee luminose producono, sulla base della matrice dell’architettura, una visione intensa, contemporanea. Percorrono il limen, creano valori plastici sfumati, annullando il peso e il senso drammatico del tempo e della pietra. Posizionando negli angoli più bassi le fonti (proiettori teatrali e lavagne luminose sulle quali sono stati posti i mascherini di vetro dipinto), l’artista fa elevare il ponte nell’oscurità come oggetto senza ombra, senza ricaduta terrestre, senza peso. Il volume incombente e soffocante delle strutture in cemento del sottopassaggio viene assorbito gradualmente dall’oscurità, scompare e il ponte emerge da se stesso, in una dimensione di leggerezza, di sacralità, quasi a voler rintracciare il significato iniziatico, di congiunzione tra mondi diversi. E di convivenza, come ha affermato l’artista, di apparizione e di scomparsa. L’opera di Crisafulli è vicina all’idea di sospensione nello spazio, propria della poetica di Yann Kersalé, che illumina il ponte di Normandia immergendolo in una luce d’arte, Entre deux (1994), regolata da un dispositivo di interazione con i passaggi dei veicoli. Le luminosità trasparenti del blu, aderenti al corpo architettonico, annullano lo spessore delle strutture trasformando uno dei più grandi ponti del mondo in una luminosità che aleggia sul paesaggio. La poetica della luce dell’artista francese nasce da un senso di ricongiunzione con il profondo del luogo, come in Théâtre temps a Lione (1993), che pulsa nell’interazione con il paesaggio umano. Nella conferenza Lumière[s] en usage, Kersalé traccia il metodo relazionale da cui nasce la sua luce: «Ce que je fais n’est pas du modelage, ni de la sculpture classique. J’efface, je soustrais ou j’apporte différents éléments, mais qui existent déjà au préalable et sont recomposés de façon complètement différente de ce que le solaire peut donner du même paysage».Crisafulli, Kersalé esprimono la sensibilità contemporanea della luce, fanno convergere le tracce di un’architettura reale verso l’imponderabile, unificante del pensiero, dell’utopia del luogo secondo un rituale protettivo».
Vittoria Biasi, Architetture del bianco, Gangemi, Roma, 2009

                                                                                          
scheda


sommario