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«Crisafulli
usa la luce quale elemento energetico autonomo,
liberato, come movimento e azione, figura, presenza
viva. Come entità individuata, apparentemente
svincolata dalla fonte, capace di “camminare”
lentamente, come un animale; di ascoltare e
analizzare come un essere intelligente; come quando
va ad assumere ed evidenziare linee energetiche di
forze preesistenti, quali quelle delle strutture
architettoniche. La sua luce è sempre in rapporto
con gli oggetti, l'architettura, il monumento
archeologico, o con l'elemento umano; con dei corpi
insomma, con i quali scambia messaggi di
identificazione, rispecchiamento, scambio o
cancellazione. E' “segno” di energia pura che
costantemente incontra la materia, che ricerca la
diversità, e allo stesso tempo un'originaria,
misteriosa unità (Louis Kahn, architetto delle masse
più ponderose, diceva: "Tutta la materia è luce. E'
la luce che, quando termina di essere luce, diventa
materia. Nel silenzio c'è tensione verso
l'espressione, nella luce tensione verso l'opera
[…]. Perciò le montagne sono luce esaurita; così le
correnti, l'aria, tu stesso"). [... ]
La luce di Crisafulli è indifferentemente luce di
spot teatrali o di lavagne luminose, o di fonti e
procedimenti tecnologicamente sofisticati: come
quelli ottenuti applicando programmi di montaggio
video direttamente alle videoproiezioni (senza la
mediazione della ripresa). Ed è insieme luce che si
radica nello spazio fisico e nel luogo
antropologico, rimanendo in relazione con la materia
e con le situazioni trovate. E' luce che non sposa
acriticamente la tecnologia né assume una posizione
antitecnologica; che non desidera chiusura e
separatezza. McLuhan, ripercorrendo all'indietro il
processo di produzione di un medium dall'altro,
risaliva fino alla luce elettrica stessa,
indicandola come meta-medium della contemporaneità,
capace di inglobare e riconfigurare tutti i media
precedenti, letteratura, pittura, teatro. Se il
video è forse il mezzo che ontologicamente può
svolgere questo compito rimanendo nel figurativo e
mantenendo un'analogia con i sistemi fisici – i
corpi e le azioni umane lungo il percorso
installativo di Azioni di luce e luce erano
di quella qualità poetica e tremolante che
contraddistingue l'immagine elettronica, nata
televisiva e immediatamente assunta dall'arte come
uno dei principali baluardi controtelevisivi (Vostell
o Nam June Paik, storicamente) –, la luce, e l'arte,
di Crisafulli sono portatrici di questa radicalità,
di questo arrivare al fondo delle nostre abitudini
percettive. Facendosi strumento di un senso morale
della nostra contemporaneità».
(Silvia Tarquini, Fabrizio Crisafulli.
Azioni di luce, «Luxflux
Proto-type Arte Contemporanea»,
n. 17, 2005).
«[…]
Nelle opere di Crisafulli, quelle teatrali e quelle installative,
nulla si pone mai come esattamente
“comprensibile”.
La comprensione razionale richiede semplificazioni, analogie
esplicite e opposizioni. La ricerca
di questo artista
va in un’altra direzione. Ogni
elemento è, con termine derivato dalla psicoanalisi,
sovradeterminato, cioè motivato da più fattori; gli opposti
possono coincidere;
il lavoro ha una natura essenzialmente erotica;
raccolta, mediata e consegnata attraverso una sottilissima
ironia che spesso si presenta a chiudere il cerchio,
a
rendere possibile il congedo. Nel teatro di Crisafulli,
come nelle sue installazioni, centrale è il movimento. Il
movimento – inteso in maniera precisa e particolare, come
espressione di uno stato dell’essere, e delle sue reali
relazioni – è il linguaggio, si potrebbe dire. I performer si
muovono in relazione tra loro, con lo spazio, con gli oggetti e
con la luce. La luce stessa
si muove nello spazio, nel tempo, sugli oggetti, produce azioni,
si raccoglie, cammina in molti possibili modi, in linea
retta o come una crepa che si espande e innerva di sé quello che
tocca, facendosi letteralmente materia, corpo,
presenza, intelligenza, affetto.
E succede, nel
lavoro di Fabrizio Crisafulli, che il movimento si faccia
manifestazione dell’essere, producendo a tratti una dimensione
sacrale. Mi
sono chiesta se per l’opera di questo
ricercatore teatrale
possa valere lo statuto della rappresentazione. Direi di no, se
non in una specie particolare, ovvero quella di una
rappresentazione di qualcosa che rimane non rivelato; come a
volte nella grande pittura del
passato. I suoi spettacoli,
come le sue installazioni, sembrano condensati di vita e di
cultura, in grado di toccare emozioni diverse, esperienze
diverse, saperi diversi. Crisafulli dice di essere alla ricerca,
nel
suo lavoro con il movimento e con
le forme, di “generatori
simbolici”, racconta di mettere in gioco corpi, oggetti, forme,
figure, situazioni relazionali che possano entrare in rapporto
con un immaginario il più ampio possibile,
dire cose nuove a persone nuove,
risvegliare memorie imprevedibili, attivare le più personali
fantasie. Dunque, a mio parere, rivitalizzare, risvegliare la
percezione, il pensiero, l’immaginazione. Tutto questo si può
dire per ogni
lavoro di Crisafulli, perché da qualsiasi punto parta, qualsiasi
tema coinvolga, qualsiasi collaborazione attui, qualsiasi luogo
esplori (penso alla sua particolare sensibilità ai luoghi e alla
sua ricerca di un “Teatro dei luoghi”), a qualsiasi autore renda
omaggio, questo artista produce un teatro ipnotico, sospeso,
altamente emozionale e insieme filosofico, che lavora alla
ricerca di assoluti, di memorie ancestrali, di elementi
archetipici, di scambi affettivi.
Con appartenenza viva, fortemente
critica, autonoma e non etichettabile, alla contemporaneità […]
».
(Silvia Tarquini, Il
danzatore e il cespuglio, in Fabrizio Crisafulli: un
teatro dell'essere, a cura di Silvia Tarquini, Editoria &
Spettacolo, Roma, 2010, pp. 8-9.) |