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Silvia Tarquini
 


 

Magnetica City , 2005 (foto Milka Panayotova)
 

 

«Crisafulli usa la luce quale elemento energetico autonomo, liberato, come movimento e azione, figura, presenza viva. Come entità individuata, apparentemente svincolata dalla fonte, capace di “camminare” lentamente, come un animale; di ascoltare e analizzare come un essere intelligente; come quando va ad assumere ed evidenziare linee energetiche di forze preesistenti, quali quelle delle strutture architettoniche. La sua luce è sempre in rapporto con gli oggetti, l'architettura, il monumento archeologico, o con l'elemento umano; con dei corpi insomma, con i quali scambia messaggi di identificazione, rispecchiamento, scambio o cancellazione. E' “segno” di energia pura che costantemente incontra la materia, che ricerca la diversità, e allo stesso tempo un'originaria, misteriosa unità (Louis Kahn, architetto delle masse più ponderose, diceva: "Tutta la materia è luce. E' la luce che, quando termina di essere luce, diventa materia. Nel silenzio c'è tensione verso l'espressione, nella luce tensione verso l'opera […]. Perciò le montagne sono luce esaurita; così le correnti, l'aria, tu stesso"). [... ]  La luce di Crisafulli è indifferentemente luce di spot teatrali o di lavagne luminose, o di fonti e procedimenti tecnologicamente sofisticati: come quelli ottenuti applicando programmi di montaggio video direttamente alle videoproiezioni (senza la mediazione della ripresa). Ed è insieme luce che si radica nello spazio fisico e nel luogo antropologico, rimanendo in relazione con la materia e con le situazioni trovate. E' luce che non sposa acriticamente la tecnologia né assume una posizione antitecnologica; che non desidera chiusura e separatezza. McLuhan, ripercorrendo all'indietro il processo di produzione di un medium dall'altro, risaliva fino alla luce elettrica stessa, indicandola come meta-medium della contemporaneità, capace di inglobare e riconfigurare tutti i media precedenti, letteratura, pittura, teatro. Se il video è forse il mezzo che ontologicamente può svolgere questo compito rimanendo nel figurativo e mantenendo un'analogia con i sistemi fisici – i corpi e le azioni umane lungo il percorso installativo di Azioni di luce e luce erano di quella qualità poetica e tremolante che contraddistingue l'immagine elettronica, nata televisiva e immediatamente assunta dall'arte come uno dei principali baluardi controtelevisivi (Vostell o Nam June Paik, storicamente) –, la luce, e l'arte, di Crisafulli sono portatrici di questa radicalità, di questo arrivare al fondo delle nostre abitudini percettive. Facendosi strumento di un senso morale della nostra contemporaneità».
(Silvia Tarquini, Fabrizio Crisafulli. Azioni di luce, «Luxflux Proto-type Arte Contemporanea», n. 17, 2005).
 

«[…] Nelle opere di Crisafulli, quelle teatrali e quelle installative, nulla si pone mai come esattamente comprensibile”. La comprensione razionale richiede semplificazioni, analogie esplicite e opposizioni. La ricerca di questo artista va in un’altra direzione. Ogni elemento è, con termine derivato dalla psicoanalisi, sovradeterminato, cioè motivato da più fattori; gli opposti possono coincidere; il lavoro ha una natura essenzialmente erotica; raccolta, mediata e consegnata attraverso una sottilissima ironia che spesso si presenta a chiudere il cerchio, a rendere possibile il congedo.  Nel teatro di Crisafulli, come nelle sue installazioni, centrale è il movimento. Il movimento – inteso in maniera precisa e particolare, come espressione di uno stato dell’essere, e delle sue reali relazioni – è il linguaggio, si potrebbe dire. I performer si muovono in relazione tra loro, con lo spazio, con gli oggetti e con la luce. La luce stessa si muove nello spazio, nel tempo, sugli oggetti, produce azioni, si raccoglie, cammina in molti possibili modi, in linea retta o come una crepa che si espande e innerva di sé quello che tocca, facendosi letteralmente materia, corpo, presenza, intelligenza, affetto. E succede, nel lavoro di Fabrizio Crisafulli, che il movimento si faccia manifestazione dell’essere, producendo a tratti una dimensione sacrale. Mi sono chiesta se per l’opera di questo ricercatore teatrale possa valere lo statuto della rappresentazione. Direi di no, se non in una specie particolare, ovvero quella di una rappresentazione di qualcosa che rimane non rivelato; come a volte nella grande pittura del passato. I suoi spettacoli, come le sue installazioni, sembrano condensati di vita e di cultura, in grado di toccare emozioni diverse, esperienze diverse, saperi diversi. Crisafulli dice di essere alla ricerca, nel suo lavoro con il movimento e con le forme, di “generatori simbolici”, racconta di mettere in gioco corpi, oggetti, forme, figure, situazioni relazionali che possano entrare in rapporto con un immaginario il più ampio possibile, dire cose nuove a persone nuove, risvegliare memorie imprevedibili, attivare le più personali fantasie. Dunque, a mio parere, rivitalizzare, risvegliare la percezione, il pensiero, l’immaginazione. Tutto questo si può dire per ogni lavoro di Crisafulli, perché da qualsiasi punto parta, qualsiasi tema coinvolga, qualsiasi collaborazione attui, qualsiasi luogo esplori (penso alla sua particolare sensibilità ai luoghi e alla sua ricerca di un “Teatro dei luoghi”), a qualsiasi autore renda omaggio, questo artista produce un teatro ipnotico, sospeso, altamente emozionale e insieme filosofico, che lavora alla ricerca di assoluti, di memorie ancestrali, di elementi archetipici, di scambi affettivi. Con appartenenza viva, fortemente critica, autonoma e non etichettabile, alla contemporaneità […] ».
(Silvia Tarquini, Il danzatore e il cespuglio, in Fabrizio Crisafulli: un teatro dell'essere, a cura di Silvia Tarquini, Editoria & Spettacolo, Roma, 2010, pp. 8-9.)

 


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