Esito successivo
– rispetto a
Sonni – della ricerca
ispirata al racconto di Kawabata La casa delle belle
addormentate.
«Come per l’anziano Eguchi il poco che mostra di sé ogni
ragazza permette la riscoperta di una totalità dimenticata, così
lo spettacolo procede per frammenti e particolari rivelatori di
un “tutto”
nascosto» (dal catalogo del
festival Animato 95, Roma, maggio 1995). Come anche in
Sonni, il ruolo del voyer non è interpretato in
scena, ma affidato per congenialità allo spettatore, che in
quanto tale «perlustra ogni
grazia visibile, ogni grazia nascosta, ogni grazia interiore»
(R. Sala, Il Messaggero, 5 giugno 1995). Scrive
Crisafulli:
«Questo capolavoro
dell’erotismo ci dice molte cose. Ci riporta a quell’alternarsi
di segreto e di rivelazione che oggi è sostituito da
un’inesorabile evidenza. Ci rammenta, per opposizione, l’eccesso
di visibilità in cui viviamo. La caduta di
tridimensionalità e di mistero tipica della contemporaneità,
questo esibire tutto alla sua massima capacità di resa visiva e
ostentazione, hanno conseguenze molto ampie nel campo del
teatro, dell’arte e del loro pubblico. Non essendoci più
negazione dell’oggetto, sua possibile assenza, arte e teatro
stentano a ridefinirsi come luoghi dei nostri misteri. Questo fa
pensare alle vergini di Kawabata come ad un “teatro”. E al
vecchio Eguchi come a chi vive una situazione
– certo
– di turbamento; ma che è
allo stesso tempo condizione desiderabile di spettatore»
(«La Repubblica»,
“Trovaroma”, 25 maggio 1995).
La critica
«Al centro della
“grotta” disadorna, una pedana sulla quale si
indovinano due corpi nudi, morbidamente vivi [...].
La figura di una maitresse che parla a voce bassa,
quasi contenendo, con la sobrietà della voce e del
gesto, gli impeti non compatibili, è la guida di una
visita accurata. Il voyeur perlustra ogni grazia
visibile, ogni grazia nascosta, ogni grazia
interiore [...].
E la luce, usata come invisibile penna, disegna
nella tenebra le griglie, i letti, le posizioni, i
sogni [...]. Cinquanta minuti di vacanza estetica».
Rita
Sala, «Il Messaggero», 5 giugno 1995
«Non sono rimasti in molti a cercare un punto di
contatto creativo tra il teatro e le arti visive. Ma
di questa esigua pattuglia depositaria dei manifesti
artistici delle Avanguardie
Storiche o del Tetro di Immagine degli anni ’70, fa
parte sicuramente Fabrizio Crisafulli con i suoi
raffinati suoni e luci, le sue partiture di parole
impaginate come quadri viventi di una lanterna
magica ereditata da Appia o Gordon Craig [...]. Un
luogo, una cripta, una monumentale archeologia che
ricorda per la sua atmosfera metafisica le
archeologie metropolitane dechirichiane, e le
sonnambule, le sognatrici ad occhi aperti dei quadri
di Paola Gandolfi [...]. È con lo stesso spirito
assorto, lo stesso silenzio stuporoso e musicale,
che Crisafulli si è addentrato come in un
dormiveglia notturno nelle pagine del romanzo di
Kawabata [...].
Lavoro immerso nel buio come in un liquido
amniotico, un desiderio oscurato, sublimato,
profondamente celibe. Tenendo fede al nome o al
motto della compagnia, Il Pudore Bene in Vista, la
visita guidata dalla voce di Daria De Florian,
percorsa da leggeri affanni, asme interne che ne
incrinano e scandiscono allo stesso tempo la
dizione, si trasforma in un arsenale di visioni
parallele, un fuoco d’artificio di calligrammi
astratti suggeriti da qualche scampolo sublimato di
nudità femminile, dalla serpentina di un braccio o
di una gamba rivelata dai tagli luminosi su una
sorta di letto-catafalco al centro della sala.
Francesca Limana e Lucia Riccelli alimentano, con i
loro casti corpi parzialmente protetti dal buio, il
bel flusso musicale e le ingegnose trovate
scenotecniche di Crisafulli».
Nico
Garrone, «La Repubblica», 8 giugno 1995
«Forse non sono in molti a conoscere il regista e
“art performer” catanese Fabrizio Crisafulli, ma le
sue performance teatrali, in cui lo spazio e la luce
costituiscono gli elementi preminenti della
rappresentazione nell’ambito di un preciso disegno
scenico di tipo architettonico, sono seguiti da un
pubblico ristretto però di palato fino [...]. Le
Addormentate è il lavoro che ha dato a Roma [...]
suscitando l’interesse della critica più attenta.
Non si tratta di una vera e propria riduzione
scenica ma di un insieme di suggerimenti che le
pagine dei due scrittori giapponesi suggeriscono.
Più che altro un “teatro del desiderio”, che si pone
in una dimensione silenziosa, fuori dal tempo,
animato da intense apparizioni di donne, dei loro
corpi, magnifici enigmi che chiedono di essere
conosciuti, svelati nei loro misteri. Un percorso
visivo, sonoro, di memoria, alla maniera di certi
spettacoli di Bob Wilson, di cui Crisafulli si
rivela un intelligente e sensibile seguace».
Ettore
Zocaro, «La Sicilia», 29 giugno 1995
«Teatro e arti visive. Un connubio difficile che
l’artista-regista Fabrizio Crisafulli e Daria
De Florian sono riusciti a realizzare magistralmente
con lo spettacolo Le Addormentate,
presentato a Roma nel magnifico spazio della Sala 1
[...], frutto di quell’attività di ricerca che
Fabrizio Crisafulli, con la compagnia Il Pudore Bene
in Vista, svolge da vari anni attorno ai concetti di
drammaturgia visiva e composizione scenica, e
sull’uso della luce come elemento strutturale dello
spettacolo. Con questa sua ultima opera siamo
immersi in un’atmosfera rarefatta in cui ritroviamo
l’intensità di un evento costruito intorno al tema
del desiderio e dell’attesa, [...] una scoperta
progressiva dello spazio e dei corpi, che si
presentano come veri e propri paesaggi infiniti, la
cui vista d’insieme viene continuamente negata per
un insieme di visioni parziali che lasciano solo
intuire la totalità nascosta. Un viaggio
estremamente suggestivo nei vari risvolti della
notte, anche in quelli più temibili e nascosti».
Claudia Di
Giacomo, «Primafìla», n. 10-11, agosto-settembre
1995
«Uno degli
avvenimenti della stagione teatrale romana [...] un
intenso viaggio, conturbante e poetico, nei meandri
della notte e dell'eros».
Roberto
Pellegrini, «Next», n. 35, 1995

Daria Deflorian,
Lucia Riccelli |