Spettacolo-percorso lungo le
banchine e gli spiazzi del molo dello storico porto di
Tricase. Nelle diverse postazioni, azioni di teatro e danza,
e immagini tra terra e acqua, ispirate alle memorie del
posto e al suo uso contemporaneo. Gli elementi fisici (i
muri, i grandi frangiflutto, le vasche d’acqua, le rocce
sagomate) e le suggestioni provenienti dalle funzioni
attuali dell’area –
comprese quelle turistiche e balneari
–
sono gli spunti alla base della trasfigurazione del luogo in
un itinerario immaginifico. In un nuovo e temporaneo
universo, poetico, ironico, visionario. Le diverse forme
della pietra (gli scogli intagliati in tempi antichi a
formare vasche di lavaggio delle pelli conciate, i
frangiflutto sagomati, i cubi di cemento) sono tra gli
elementi di riferimento del percorso, della struttura
spazio-temporale e drammaturgica dello spettacolo, dei
testi.
La critica
«Un
aspetto che colpisce nel “teatro dei luoghi” è la tua
capacità di restituire il sito alla percezione, rivelandolo
di nuovo, permettendo un processo intuitivo di conoscenza.
In
Anfibio, lo spettacolo che
hai creato nel porto di Tricase in Salento (2003), tra le
varie azioni ve ne era una di Alessandra Cristiani sull’alto
muro che corre parallelo al molo. Quell’azione, in quella
posizione elevata all’inizio del muro, era vertiginosa,
creava degli assi che collegavano terra, mare e cielo,
evocando improvvisamente storie di navigazione e miti del
mare…
Alessandra era in quel momento punto focale
nel paesaggio e la sua azione un avamposto dell’intero
percorso. Era importante che il pubblico la vedesse fin
dall’inizio, perché durante lo spettacolo procedeva in cima
al muro – che è lungo diverse centinaia di metri – come una
presenza costante, forte e silenziosa rispetto al pubblico
che camminava a piedi sul molo sottostante. E, nella sua
posizione finale, all’altra estremità del muro, la sua
azione “chiudeva” lo spettacolo. Era importante il fatto che
la sua figura venisse vista sempre contro il cielo. Senza
nessun altro fondale che il cielo. Il muro e la presenza
costante di Alessandra erano per alcuni versi la spina
dorsale dello spettacolo.
Volevo soprattutto
dire che quella posizione iniziale aveva delle capacità
“analitiche” rispetto al paesaggio, ed era in grado di
restituirlo ad una percezione più consapevole e profonda.
Questa mi sembra una caratteristica importante del tuo
“teatro dei luoghi” e forse una chiave per capire cosa rende
il tuo teatro un’esperienza così forte. Mi viene in mente il
film girato sull’Etna che hai utilizzato ne
Il Pudore Bene in Vista (1991): le tre
ragazze che con i loro movimenti intercettano e fanno
risuonare le linee del paesaggio. Oppure la “rilettura” di
un’aula scolastica, in un lavoro con i tuoi studenti di
Urbino (Aula,
1995), dove la messa in evidenza degli elementi geometrici
dei banchi, dei corridoi, produceva una trasfigurazione
metafisica, offrendo un “oltre” del luogo quotidiano… Anche
a Tricase si è verificato qualcosa del genere, in termini di
risonanza tra performer e luogo, e di trasfigurazione
fantastica della situazione trovata, una trasfigurazione
capace di dire qualcosa di sostanziale sulla realtà,
sull’identità del posto.
Mi sembra che lo spettacolo tenda ad assorbire il luogo, e
viceversa».
Silvia
Tarquini, Conversazione con Fabrizio Crisafulli, in
Id. (a cura di), Fabrizio Crisafulli: un teatro
dell'essere, Editoria & Spettacolo, Roma, 2010, pp.
81-82