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In cerca di frasi vere - 1993
 


                                                                              Daria Deflorian (foto Serafino Amato)


 

ideazione Fabrizio Crisafulli, Daria Deflorian. Drammaturgia Daria Deflorian su testi di Ingeborg Bachmann. Regia, scena, luci Fabrizio Crisafulli. Con Daria Deflorian. Collaborazione artistica Adele Mirabella. Assistente alla regia Lucia Riccelli. Costumi Patrizia Sgamma. Oggetti meccanici Giovanni Albanese. Consulenza letteraria Christine Koschel, Inge Von Weidenbaum. Musiche Schubert, Handel, Penderecki, Glass. Produzione Il Pudore Bene in Vista.
prima rappresentazione: Edimburgo, International Fringe Festival, College of Art, 16 agosto 1993.


Seconda tappa della ricerca sulla Bachmann. Come nel precedente Accessibile agli uomini del quale vengono rielaborati alcuni materiali in una struttura totalmente nuova, concepita questa volta per la scatola scenica teatrale i testi sono tratti da più opere: La verità è accessibile agli uomini, Il trentesimo anno, le “lezioni di Francoforte”, le poesie. È omaggio ad un’autrice «nata e cresciuta in un incrocio di culture che la fanno sentire sempre e dovunque straniera. Con una vocazione allo scrivere che è vocazione alla verità, in un amalgama di fantasia e di racconto di sé, in una esaltazione della vita di istinto che il suo puro intelletto ha reso con struggente bellezza».          (dal programma dell’International Festival for Experimental Theatre, Il Cairo, settembre 1994).

                                                                                 

La critica

«Vicina alle arti visive quanto al teatro, questa compagnia crea visioni intense, fondendo con maestria i diversi linguaggi della luce, del movimento, della musica e dellazione, in uno spettacolo avvincente, che evoca il paesaggio poetico ed emotivo della Bachmann [...]. È un tipo di teatro quasi sconosciuto qui in Gran Bretagna, dove la luce viene usata in maniera sorprendente e suggestiva. Lattrice è in costante equilibrio tra il rispecchiarsi o lidentificarsi con la Bachmann e lesser parte di unimmagine creata dallinterazione del proprio corpo con la luce».
Carrie Bishop, «Fringe», agosto 1993

«Questa compagnia italiana usa la luce come testo giocando molto sul rapporto tra reale e virtuale [...]. Di fronte a questo suo lavoro non bisogna far altro che sedersi e lasciarsi attraversare da quella che è una vera e propria esperienza».
Gabe Stewart, «The List», 20-26 agosto 1993

«La poesia austriaca messa in scena in italiano, con inserti registrati in lingua tedesca, potrebbe non essere, per un cittadino britannico, lidea migliore per spendere unora del proprio tempo. Ma lo spettacolo ripaga facilmente lavventuroso spettatore del Fringe. Daria De Florian emerge da unimpenetrabile fondo scuro recitando i versi della Bachmann per venirne subito dopo riassorbita. Linee di luce attraversano la scena. Leffetto della parole in questo spazio senza dimensioni è ammaliante e magnetico. Siamo di fronte ad un tipo di ricerca di grande stimolo per la mente, nutrita di precisione».
Omer Ali, «The Scotsman», 21 agosto 1993

«Stupefacente montaggio di frammenti testuali – tra i quali molti sulle impressioni romane della Bachmann – con un uso sperimentale della luce e dellombra».
Sabine Heymann, «Frankfurter Rundschau», 18 dicembre 1993

«Nel delicato, fantasioso intreccio di parole ed immagini ordito da Fabrizio Crisafulli con Daria De Florian su testi della scrittrice e poetessa Ingeborg Bachmann la presenza della luce aveva un ruolo centrale. Scandite dalla De Florian senza enfasi declamatorie ma come abbandonate ad una musica, una sorta di rapimento interiore, le frasi o i versi della Bachmann si trasformavano in originali tableaux vivants, pose di un album di fotografie, illustrazioni per un libro di disegni surreali. Uno stato di febbrile dormiveglia o di tranquillo delirio [...] rendeva assai bene il clima di fragile cristalleria, di sospensione onirica, di dolorosa vertigine, tipico della Voce e della scrittura della Bachmann».
Nico Garrone, «La Repubblica», 31 maggio 1994

«Lo spettacolo ricompatta le impressioni-emozioni dell'autrice austriaca in una rarefatta staticità esperienziale di 'dolore e stupore' di fronte alla vita. Le assenze - e per questo l'ostinata ricerca di sé e dell'altro  o forse solo la necessità di riconoscersi quale corpo attraverso la contaminazione della luce - non sono altro che un preciso assoluto di questo 'universo femminile' che, proprio come impressioni, cioè istantanee dell'immaginazione che riproducono verità, nella poesia trova sussistenza. La poesia come unica fonte di meraviglia e, brechtianamente parlando, di 'straniamento' tra le cose e le parole. Lo spettacolo fonde con grande suggestione e folgorazione visiva linguaggi differenti e paesaggi emozionali antichi. Grande maestria nel gioco delle luci e nel corpo-anima-voce della De Florian».
Paolo Ruffini, «Metropolit», 7 giugno 1994

«La perla della rassegna […]. Difficile immaginare un più perfetto equilibrio tra ancestralità e limpidezza espositiva, in unora di sapiente orchestrazione di luci, suoni, figure, scrittura poetica e suoi equivalenti scenici».

Marco Caporali, «l
Unità», 7 giugno 1994

«In cerca di frasi vere: elegante sequenza di quadri visivi, di scene snocciolate come perle che Fabrizio Crisafulli e Daria De Florian hanno costruito pensando ai testi poetici, ai diari filosofici di Ingeborg Bachmann. Un continuo vagare e perdersi nel buio profondo, nella luce accecante di unanima insonne e pensosa».
Marianna Lambiase, Marco Fratoddi, «Next», autunno 1994

«Tra gli spettacoli più belli presentati al Festival Internazionale del Teatro Sperimentale al Cairo, cè quello italiano. Il quale adotta come linguaggio prevalente la luce, utilizzata con assoluta perfezione tecnica [...] e impiegata in modo da rapire completamente lo spettatore [...]. La recitazione dellattrice è il frutto della sua interpretazione della personalità della poetessa e, nello stesso tempo, del suo preciso rapporto, in scena, con la luce e lo spazio, [...] un rapporto amoroso dellunica protagonista con il cielo, la terra, le creature che le sono attorno [...]. E tutto questo si capisce attraverso la luce, rendendo assolutamente chiaro come questa possa farsi vero e proprio linguaggio drammatico. È un capolavoro».
Mohamed Saleh, «Al-Ahram», Il Cairo, 8 settembre 1994

«Lo spettacolo italiano In cerca di frasi vere è assai significativo dei risultati della sperimentazione illuminotecnica se portata alle sue massime possibilità. Con la luce, ne sono protagoniste la poesia, l'ignoto, il dramma. Vi si esprime l'apice della capacità d'uso della luce cui si può assistere nei grandi spettacoli in Europa. Il pubblico rimane incantato per tutto il tempo come davanti al decollo di un aereo, ma si tratta solo di luce scenografica. È qualcosa che non ha niente a che fare con il teatro commerciale. È arte assoluta».
Armal Bekir, «Al-Ahram Weekly», Il Cairo, 9 settembre 1994

«Con affascinante linguaggio poetico, con giochi di profondità dello spazio teatrale con le tecniche della luce, il regista italiano Fabrizio Crisafulli è entrato nell'animo degli spettatori [...]. È un regista sperimentale eccezionale».
Mohamed Abdalla, «Experimental Theatre», Il Cairo, 3 settembre 1994

«La scrittura dellautrice austriaca si visualizza per sovrapposizione di stanze emozionali [...]. Nel brano Domande e pseudodomande, lattrice resta ferma al centro della scena, lasciandosi attraversare da proiezioni che cambiano colore e stile al suo abito [...]. Pose che ricordano, nellimmaginario pittorico, la trasparenza di Mondrian nel trittico Devozione, il nudo sdraiato di De Stael, ma anche la levità e la brevità di film come Trentadue piccoli film su Glenn Gould».
Paolo Ruffini, «II Portolano», n. 1, gennaio-marzo 1995

«Spettacolo di rara bellezza visiva [...]. Vestita di nero, immersa nel buio della scena, lesile donna sfida la gravità grazie ai mondi di luce dove si incastona. E da queste nicchie, da questi pozzi o sentieri, il suo è un dire più che un recitare. Un dire non quotidiano, però, e non del quotidiano. Unici oggetti in scena, alcune macchine calcolatrici (dello scultore Giovanni Albanese) assordanti e minacciose, e alla fine, sul muro di fondo, fogli di carta bianca, ancora da scrivere».
Enciclopedia Italiana, Annuario 1994, voce «Teatro», Milano 1995

«Accessibile agli uomini e In cerca di frasi vere [sono] lavori nei quali Crisafulli è riuscito, in un equilibrio alto, a riproporre la problematicità del testo e quella della sua rappresentazione. Ha superato lo stadio della finzione attraverso una messa in scena in cui predomina la verità del mistero, giocando sul disincanto della visione, sull'affabulazione fascinatoria tra voce e luce, sullo stupore persuadente, quasi uno stordimento, che attraversa chi sta in scena, e parla, e chi ascolta e vede. Determinante l'uso delle luci, in particolare quando il loro eccesso si fa abbagliante e, per antinomia, evoca, prima ancora di produrlo, il buio. Il gioco fluttuante dei contrasti, del resto, abita nel suo territorio. Crisafulli lo identifica con uno stato di sospensione, piuttosto che di equilibrio, tra dimensioni in apparenza contrapposte, l'oggetto e la sua ombra, il suono e il silenzio, la potenza dell'immagine e la delicatezza con cui la si può rappresentare».
Giovanna Bonasegale, Artifici minimi, in Id. (a cura di), Arte Contemporanea - Lavori in corso 3, catalogo della mostra alla Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, De Luca, Roma, 1998, p. 17

Daria Deflorian

 

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