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iideazione
e regia Fabrizio Crisafulli. Testi
collettivi. Con Alessandro Aliberti, Isabella
Amore, Maria Vittoria Berra, Serena Ciofi, Katia
Cuoco, Domenico De Cerbo, Simona Dzurkova, Valentina
Iesce, Francesco Lande, Daniela Monteforte, Angela
Nasone, Elvira Parrocchia, Paola Scialis, Annalisa
Zaccheo, Pina Zannella. Costumi collettivi.
Videocreazioni digitali Silvia Tarquini.
Elaborazioni sonore Gianluca Casadei. Fonica
Roberto Di Stefano. Tecnico luci Eros
Leale. Tecnico proiezioni Maria Cristina
Nicoli. Produzione Gruppo Arte Teatro Danza – Il
Pudore Bene in Vista, in collaborazione con
compagnia Opera Prima.
Sermoneta (LT), VII Cantiere di Teatro d’Arte,
Giardino degli aranci, 9 settembre 2006. |
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Frutto di un laboratorio di “teatro dei luoghi” che ha
impegnato i partecipanti in un periodo di lavoro all’interno
dello storico giardino degli aranci di Sermoneta, lo
spettacolo è un percorso di azioni e visioni scaturite
dall’ascolto e dalla trasfigurazione poetica del sito.
La critica
«Magica e di grande suggestione la performance [...]. Sono
figure irreali, concitate, malinconiche e poetiche
apparizioni [...] nell'incantato giardino degli aranci, che
si rianimano durante le notti di luna piena facendo
inargentare gli alberi, dai quali spuntano diafane ninfe e
dispettose fate, sospettose presenze impaurite dall'
'intrusione' inaspettata del pubblico e malinconiche
Cassandre, mentre nel lavatoio sottostante venditrici di
arance si riposano dalle loro fatiche e sulle giostre
illuminate e vuote, inquietanti voci di bambini
invisibilmente si divertono a giocare. Nulla è reale, a
partire da quella luce, bianca protagonista che si apre
nella nera notte per illuminare il loro attimo di vita
strappato ad una continuità oscura»
Piero
Morelli, «La Piazza», 16 settembre 2006
«Mi sembra che
applichi questa capacità di trapasso anche alla luce e
all’inanimato. Una situazione nella quale ho percepito
questo è stata la performance che hai realizzato nello
storico Giardino degli aranci di Sermoneta nel 2006, con i
partecipanti a un tuo laboratorio. Mi riferisco alla scelta
di usare una videoproiezione contro un muro, in un
particolare punto e in un particolare momento, in relazione
ad un ostacolo: un televisore sempre acceso vicino al luogo
dove stavamo lavorando…
Sì. È stato anche un episodio divertente. Il
televisore era nell’abitazione di un prete situata nella
cortina di edifici a ridosso del giardino. Andammo a
chiedere di tenere spenta la TV, senza ottenere un risultato
certo. Quei rumori televisivi potevano essere un problema,
ma alla fine si trovò una soluzione. Per motivi legati alla
struttura del lavoro, creammo in quella zona un’azione
collettiva finale, in cima alle scale che conducevano
all’uscita del pubblico. Ad un certo punto pensai di
raddoppiare quell’azione con una proiezione dell’azione
stessa, ripresa di giorno, muta, sul muro retrostante il
gruppo, proprio sul fronte delle case da cui provenivano i
rumori televisivi. Il fatto che il video fosse muto, mentre
l’azione collettiva dal vivo era parlata, non era casuale.
Il video muto, nel quale non si capiva cosa gli appartenenti
al gruppo dicessero, oltre a raddoppiare l’azione dal vivo,
cosa che aveva un senso nello spettacolo, aveva anche la
funzione di poter “assorbire”, nel contesto surreale del
lavoro, i rumori provenienti dalla casa se il prete avesse
acceso la televisione…».
Silvia Tarquini,
Conversazione con Fabrizio
Crisafulli, in Id. (a cura
di), Fabrizio Crisafulli: un
teatro dell'essere; Editoria
& Spettacolo, Roma, 2010, p.
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