Giovanna d’Arco, ha scritto
Maria Luisa Spaziani, è una «poesia in azione».
È
figura che concentra su di sé simboli forti, anche per il
loro alludere alla possibilità per l’individuo di cambiare
le cose del mondo facendo leva non sul potere acquisito per
rango o per posizione politica, ma sulla forza delle proprie
passioni. Giovanna ci dice che ogni cosa è possibile se la
si vuole con tutta la propria forza. Sono i caratteri
generali ed archetipici del personaggio che lo spettacolo
mette in campo, non la sua dimensione storica.
È
la Giovanna in equilibrio tra delicatezza e forza, tensione
metafisica ed azione, stupore giovanile e ispirata potenza
di lotta.
Pur
alimentato anche dalle letture dei testi di Schiller, Shaw,
Brecht, Anouilh, Claudel, dedicati all’eroina di Orleans, il
lavoro è soprattutto ispirato al più recente poemetto della
Spaziani, del quale recupera e riordina suggestioni e
frammenti, immettendoli in un tessuto nuovo, in un iter
scenico ritmato e compatto, che combina strettamente parola,
movimento, suono e luce.
La danza è soprattutto gesto,
scambio tra corpo e visione, assimilazione nel movimento del
paesaggio scenico, atto teatrale. La parola affiora dal
corpo e dalla danza. Non come narrazione diretta, ma come
poesia in atto: articolata e profondamente integrata nel
tessuto spazio-temporale dello spettacolo. La luce non è
solo funzione. Né contorno.
È
immagine. Ed azione: necessaria, fusa con le altre
componenti del lavoro, insieme alle quali definisce tempi,
ritmi, “voci”, visioni.
La critica
«È una danza di
parole, corpi e luci questo Jeannette, il nuovo,
raffinatissimo lavoro della compagnia Il Pudore Bene
in Vista […]. Il racconto non procede secondo i
tradizionali canoni della drammaturgia, né viene
affidato alla semplice performance dei corpi, ma si
snoda attraverso una serie di suggestioni sonore e
visive non tanto sulla vicenda storica della
pulzella d’Orleans, quanto sul suo lato più intimo e
personale […]. La coreografia, ideata da Giovanna
Summo, non si dilunga in romantiche evoluzioni, ma
preferisce risolversi in una serie di movimenti
eleganti e compatti, depurati di tutto il superfluo
e carichi d’energia. Gli oggetti si trasformano
alchemicamente in un fluido gioco di assonanze […].
L’insieme è un corpus scorrevole ed intenso allo
stesso tempo, misuratissimo, di facile comprensione
ma mai banale, sapientemente diretto da Fabrizio
Crisafulli, cui si deve anche l’originale
disegno-luci».
Aurora
Acciari, «Il Mensile di Roma», dicembre 2002
«Crisafulli sceglie proprio la luce come linguaggio
strutturante, costruendo un vero e proprio
ecosistema immateriale. Dentro il quale, come in un
quadro astratto, per la mente è lecito perdersi,
costruire, inventare nuovi percorsi. […] Con
Jeannette si manifesta un’immagine femminile che
sembra galleggiare fuori dal tempo. Intorno alla
quale si muovono due figure evanescenti, quasi
fantasmatiche, che Alessandra e Sabrina Cristiani,
danzatrici gemelle, restituiscono con una precisione
cronometrica che ricorda quella di Leslaw e Waclaw
Janicki nel teatro di Tadeusz Kantor».
Marco
Fratoddi, «La Nuova Ecologia», n. 1, gennaio 2003
«In Jeannette i versi hanno identità solida.
Le parole, fisicità e suono. Tutto è theatron:
visione. Le luci – così pregnanti… – sono simboli,
rappresentazione sensoriale. Le tinte (terre,
ambra…) accordi tonali che fondono le forme.
Nonostante i riferimenti – sempre leggibili – alla
vicenda storica di Giovanna d’Arco, lo spettacolo ha
un suo Tempo. Passato, presente e futuro, ricordi e
aspirazioni, memorie e profezie si fondono e
riordinano con leggi proprie, simili a quelle dei
sogni. C’è del resto un continuo travaso tra spazio
interiore ed esterno. Le visioni, la luce, sono
anche l’animo di Giovanna. Sono le “voci” che sente,
e le sue premonizioni, non solo l’ambiente in cui si
muove. I due “angeli” che ruotano attorno alla
figura di Giovanna, sono i suoi alter ego: stagliano
in aria i turbamenti del suo animo; figure mutanti,
che di volta in volta si trasformano in guerrieri,
compagni di lotta, nemici, giudici, carcerieri. Ma
sono anche “pensieri”, che cambiano col susseguirsi
dei pensieri di Giovanna. La danza assimila nel
movimento scenico il gesto, che è scambio tra corpo
e visione. Ha qualità teatrali e visive. La parola e
la scena sembrano “danzare”; la parola proviene dal
corpo e dal movimento, oltre che dal testo; la scena
è flessibile come un corpo. L’intera materia scenica
si evolve attraverso la luce. Ed è letteralmente un
teatro di illuminazioni questo. Il manifesto di uno
spiccato credo artistico ed umano. Ancora una volta, Crisafulli con un suo spettacolo “firma” un Evento».
Marta
Limoli, «Primafila», n. 92, febbraio 2003
«Jeannette
(2002),
il tuo spettacolo più recente, creato anch’esso in
collaborazione con Giovanna Summo, è ispirato al poemetto
Giovanna d’Arco di Maria Luisa Spaziani.
E’ quindi ancora un lavoro che prende spunto da un’opera
di un altro autore, e dal personaggio cui essa è dedicata.
Vi misurate con una figura forte, e con l’arco della sua
vicenda, che restituite in maniera ben leggibile, pur non
concedendo spazio ai dettagli e alle descrizioni, e non
usando dialoghi. Come si
è confrontato il vostro consueto modo di lavorare con un
personaggio storico?
Maria
Luisa Spaziani definisce Giovanna d’Arco una “poesia in
azione”. Questa definizione ha una corrispondenza sia con il
mio modo di pensare il teatro (che potrei definire proprio
così: poesia in azione), che con l’idea che ci siamo
fatti del personaggio, che abbiamo cercato di restituire in
termini poetici, non storici.
Cosa vi ha
interessato del personaggio e come lo avete reso in scena?
Siamo stati attratti,
attraverso il filtro poetico dell’opera della Spaziani, dai
caratteri umani di Giovanna: da quella sorta di “ingenuità”,
alimentata dalla passione e dall’insofferenza per le
mediazioni, che diviene forza; che, per la sua purezza e
irriducibilità, diventa capacità di cambiare il corso delle
cose. E dal suo assommare, nella stessa persona e nelle
stesse vicende, azione e metafisica, lotta e spiritualità.
Ma non abbiamo reso questi aspetti in termini descrittivi o
psicologici.
Non abbiamo “isolato” ed illustrato le
vicende e i sentimenti. Sulla scena essi sono come immanenti
l’uno all’altro. A volte combaciano, altre entrano in
tensione; sfumano e poi si rivelano a lampi. Più che
inscenare sentimenti contraddittori, abbiamo cercato di
comporre un unico, complesso “stato d’animo”. In questo
senso, lo spettacolo, nei suoi diversi momenti e nella sua
volubilità,
è
Giovanna d’Arco come noi la vediamo. Le
immagini, la luce sono il suo paesaggio interiore. Sono le
“voci” che sente, le premonizioni, non solo l’ambiente in
cui si muove. I due “angeli” gemelli che la affiancano in
scena sono sue proiezioni (e allo stesso tempo Giovanna è
loro proiezione). Sono personaggi mutanti: figure
ispiratrici, alleati, nemici, accusatori, giudici,
carcerieri. Ma sono anche i suoi pensieri, le sue
aspirazioni, le sue paure».
Simonetta Lux,
Oltre il linguaggio. Intervista a Fabrizio Crisafulli,
in Id. (a cura di), Lingua Stellare. Il teatro di Fabrizio
Crisafulli. 1991-2002, a cura di Simonetta Lux,
Lithos, Roma, 2003, pp. 75-76

Giovanna Summo,
Sabrina Cristiani, Alessandra Cristiani