Dedicato a Chlébnikov, lo
spettacolo è il risultato di un percorso di ricerca che ha
dato luogo – prima dello spettacolo definitivo – alla
presentazione di alcuni studi in progress.
«Era
l’inizio del xx
secolo quando Chlébnikov preconizzò, con grande slancio
visionario e poetico, la possibilità di un superamento dei
linguaggi particolari per un approdo ad una lingua assoluta,
transgeografica e transculturale. Lo fece attraverso una
poesia intessuta di distorsioni infantili e tensioni
sperimentali, capace di attraversare in profondità infiniti
spessori stilistici. Chlébnikov aveva una straordinaria
capacità di sentire fisicamente il linguaggio e le sue
stratificazioni di senso, capacità che ebbe il suo sviluppo
più appariscente nelle liriche transmentali, i componimenti
che costruiva di soli fonemi pur se sempre attento alle
risonanze etimologiche, o nei “transracconti”, architetture
di racconti nelle quali ogni singola parte è indipendente,
come in un moderno ipertesto. Lingua stellare è il primo
frutto di un progetto dedicato alla riflessione sul
significato del teatro e della danza in un’epoca in cui
nuove tecnologie, infosfera, predominio delle comunicazioni
a distanza, hanno totalmente mutato il loro contesto e le
loro ragioni. La poesia di Chlébnikov è per Lingua
stellare
un punto di partenza, per affrontare il profondo cambiamento
che le nuove modalità di comunicazione hanno provocato sulla
generale sensibilità nei confronti del corpo, dello spazio,
degli oggetti e delle loro reciproche relazioni. Come negli
“uomini-suono” di Chlébnikov in Lingua stellare il
corpo e la parola si fondono e la danza riparte dai suoi
elementi costitutivi essenziali» (dal programma di sala, a
cura di C. Gualandi, Teatro Comunale di Ferrara, marzo
2000).
La critica
«Lo spettacolo […] è
un gioco e una sfida. Una rete di dinamismi che si
snodano tra movimenti a scatti, rumori di computer,
squilli di cellulari, voci iperamplificate e segni
luminosi che disegnano gli spazi oscuri. È uno
sguardo al microscopio: attento, circoscritto,
analitico e registrato nella luce. Dove la linea di
astrazione scenica tipica della compagnia […] tocca
un minimalismo segnico e mentale, che nello
spettacolo si traduce in poesia […]. Fa uso di una
costellazione di linguaggi tecnologici, non tanto
per trasformare l’immagine e l’estetica del lavoro,
quanto come modo di comunicazione di un pensiero».
Vittoria
Biasi, «Gulliver», n. 6, giugno 2000
«Per un’ora ci si è trovati avvolti in un vortice di
immagini elettrizzanti, sguardi ammiccanti, gesti
sintetici/ipnotici, segni luminosi che viaggiano
nella scena semibuia. E suoni incalzanti di
apparecchi elettronici, cellulari, computer. Dai
quali si sono visti emergere racconti di vita
divertenti e spaesati, presenze magnetiche ed
esilaranti di attori-danzatori dalle grandi capacità
tecniche, citazioni gestuali-visive dalla storia
dell’arte, riambientate in un contesto
“elettronico”. Nel finale, con effetto a sorpresa (e
un po’ di terrore) un esercito di lucine e stridori
elettronici ha invaso il teatro buio, fino a
sovrastare gli spettatori con un cielo artificiale
di verdi tremolanti stelle. Mozzando definitivamente
il fiato ad un pubblico silenzioso e rapito».
Adriana Ginammi,
«Il
Corriere del Sud», 30 maggio 2000
«Neppure Chlébnikov, cui l’opera è ispirata, avrebbe
azzerato così
tempo-spazio-luce-parole-corpo-materia,
delocalizzandone il paesaggio. Potrebbe essere una
costellazione celeste, una fantasmatica e visionaria
epifania del cosmo o quell’inframondo
merleau-pontyano che moltiplica il visibile
all’invisibile? È soprattutto l’esistente
frammentato e fagocitato dall’onnivoro refrain del
quotidiano, eppure non ci si riconosce se non
empaticamente, non ci si proietta se non
poeticamente, non ci si immedesima se non
ironicamente. […] È soprattutto un limine che
interpone la memoria letteraria e sinestetica al
frame del presente, la distanza fisica alla
vicinanza virtuale, la parola all’etere, il locale
al globale. E tutto questo avviene in una sorta di
interregno assoluto in cui il buio reale della scena
invera lo sconfinamento spaziale. Certo illusorio,
certo manipolato dalla scenotecnica: ma significa
rappresentazione del reale nell’epoca della
comunicazione via rete. [...] A questa fuga senza
fine, o forse a questa deriva, sembra fissarsi
un’opera come Lingua Stellare, la quale ne congegna
un progetto ottico affascinante, che “alleggerisce”
le probabili conclusioni, ma non ne esclude le
conseguenze. [...] È quella atopia borgesiana che si
ravvisa in filigrana. Quella proprietà che Jorge
Luis Borges aveva nel ritagliarsi uno spazio
letterario, fantastico e inclassificabile. Uno
spazio proprio in cui traslare e trasgredire le
imposizioni del mondo letterario e
riterritorializzare la sua poetica. Il teatro di
Crisafulli vuole, appunto, riterritorializzarsi
nell’Altrove».
Teresa
Macrì, Lingua stellare: teatro dell’altrove,
in Lingua Stellare. Il teatro di Fabrizio
Crisafulli. 1991-2002, a cura di Simonetta Lux,
Lithos, Roma, 2003
«[...] Tornando
al discorso della tecnica, esso ha particolare importanza in
Lingua stellare,
realizzato nel 2000 in collaborazione con Giovanna Summo.
E in questo
caso non riguarda solo il piano operativo e metodologico
dello spettacolo. E’ anche uno dei suoi temi. Lingua
stellare è dedicato a Velimir Chlébnikov e alla sua
profezia di una lingua transmentale, capace di andare oltre
le dimensioni locali e i singoli linguaggi. Possibilità che
il poeta russo vedeva legata anche alla radio, vista come
possibile “sole spirituale” globalizzante: per certi versi,
una premonizione di internet. C’è pure qui la questione del
linguaggio, posta nei termini di un suo superamento, di un
andare oltre. Ma c’è anche il tema dell’indistinzione tra
vicino e lontano, luogo e non-luogo: questione - che
Chlébnikov preconizzò - alla quale oggi le nuove tecnologie
e le nuove forme di comunicazione conferiscono caratteri
paradossali.
Come potresti definire lo spettacolo?
Forse - come
altri miei lavori - uno spettacolo “filosofico”. Dove il
pensiero (a partire da Chlébnikov) non viene però
rappresentato, ma, in qualche misura, attuato in
scena. Il tema della tecnica, i suoi aspetti paradossali,
non vengono riferiti, né semplicemente allusi. Sono vissuti
in azioni reali. Secondo forme aderenti al
particolare universo-spettacolo da noi creato, dove la
realtà non è imitata, ma risuona.
Faccio un esempio. In una
delle versioni del lavoro (abbiamo portato in scena degli
esiti in progress, prima di quello definitivo),
chiedevamo, all’ingresso del teatro, i numeri di cellulare
agli spettatori. Durante lo spettacolo esortavamo il
pubblico, con un avviso registrato, ad accenderli e a
lasciarli suonare senza rispondere. In un dato momento,
componevamo i numeri da dietro le quinte, facendo squillare
in sala gli apparecchi, in combinazione con i suoni, le
azioni e le visioni sul palcoscenico. Si creava in tal modo
un “pensiero”; non solo, ovviamente, attorno alla sorpresa
per il ribaltamento della consueta richiesta di spegnere i
telefonini in teatro, ma anche alla strana unione di
pubblico e scena in quella specie di concerto “siderale” di
bip e suonerie. Costringendo ad operare in teatro - che è
luogo della vicinanza - uno strumento di comunicazione a
distanza, abbiamo messo in campo un aspetto del paradosso
contemporaneo dell’indifferenza distanza-vicinanza. E questo
entro una realtà scenica costituita da un intreccio
di altre azioni, immagini, suoni, anch’essi realmente
permeati di indistinzione o convivenza tra vicino e lontano.
[...] In Lingua
stellare, e ancor più in Camera Eco, hai
fatto un significativo impiego
dell’improvvisazione in scena. Questa scelta è in relazione
col discorso del pensiero in atto?
In Lingua
stellare ho inserito - all’interno del mondo astratto e
in continuo movimento dello spettacolo, in quella specie di
vuoto siderale abitato da persone che guardano “altrove”, al
cielo, non in contatto tra loro e che sembrano poter
comunicare solo via “etere” - improvvisazioni di racconti
personali diretti. Alcuni registrati, altri dal vivo. Le
improvvisazioni dal vivo fanno parte di momenti di immediata
umanità, calore, corpo, e di frontalità rispetto al
pubblico: quasi “riserve” di vicinanza, di viso-a-viso, di
località, vaganti come bolle d’aria in quel vuoto».
Simonetta Lux,
Oltre il linguaggio. Intervista a Fabrizio Crisafulli,
in Id. (a cura di), Lingua Stellare. Il teatro di Fabrizio
Crisafulli. 1991-2002, a cura di Simonetta Lux,
Lithos, Roma, 2003, pp. 73-74

Massimiliano Pederviva,
Carmen López Luna (foto Marta
Orlik Gaillard)