Se al destino del corpo e del
luogo si lega il futuro del teatro, quest’ultimo diventa
allora oggi resistenza e necessità: ricondurre l’immagine
alle condizioni della visione, alla materia, al contatto;
mantenendo l’emozione, lo smarrimento, la rifondazione
visionaria. Sulla base di direttive teoriche come queste,
alla ricerca di un teatro generativo piuttosto che
rappresentativo, Senti è tentativo di osservazione e
riflessione sui sensi e la percezione, sulle strutture
fondamentali dell’essere umano. Dell’essere “umani”. Il
vedere, l’ascoltare, il toccare, il sentire, il pre-sentire;
il movimento come azione e reazione: ad un solletico, ad un
pensiero, ad un rumore, ad un soffio; all’interno di
relazioni che si offrono al pubblico per esserne mutate; con
performers, scena, luce, oggetti, come segni aperti e in
moltiplicazione: non simboli, ma generatori simbolici in
continua e imprevedibile produzione. Spettacolo sul sentire
reale in scena, e, anche, sulla imprendibilità dei
sensi. Sul loro essere elementi indefinibili, e allo stesso
tempo fondamentali e imprescindibili, della nostra
esistenza. Con qualche riferimento
– ironico
– agli sforzi che le
teorie compiono per spiegarli. La scena è enigmatico ed
ineffabile campo d’azione, universo di segreti e visioni in
moto fluido, intessuto di rumori umani, dove si attua una
interrelazione strettissima tra corpo, voce, scena, luce e
suono, che divengono elementi di un’unica partitura.
Attraverso la quale i sensi non vengono raccontati, ma
attivati e vissuti realmente in scena.
La critica
«Dove si leggono i
nomi di Andreas Staudinger e Fabrizio Crisafulli si
può esser certi di trovare qualcosa di inconsueto. È
così anche per il loro ultimo spettacolo: Senso
[Senti].
Dove i due autori mettono in gioco la “leggerezza
dell’Essere” in un crogiuolo di sensazioni fisiche,
suoni, luce, spazio. Lo spettatore partecipa con
tutti i sensi di un mondo sospeso, dove la parola è
spesso sostituita da altri linguaggi: ad esempio, il
linguaggio dei piedi. O quello del respiro. Nel
Piccolo Principe, Saint Exupery afferma che
solamente il cuore permette di vedere bene. Sembrano
sottintendere pensieri come questo le azioni dei
quattro attori-danzatori. Che esplorano
ironicamente, tra l’altro, anche le possibilità e le
contraddizioni della grammatica e della logica,
affermando, per esempio, le possibilità di “pensare
con il corpo” o di “vedere il suono”. Tra piedi che
commentano, lame di luce che tagliano la scena,
narici che fremono. Un’ora speciale di bellezza e
poesia. Tra incanti, evocazioni e presentimenti di
un altro mondo».
Uschi
Loigge, «Kleine Zeitung», 28 febbraio 2004
«Quando alla fine dello spettacolo i danzatori si
avvicinano al pubblico con una sorta di canna da
pesca con in cima una sfera scricchiolante, lo
spettatore ha già da tempo abboccato all’amo. A meno
che non abbia opposto quelle difese e quelle
resistenze ultrarazionali che sole possono contro
gli incantesimi di Fabrizio Crisafulli. Questo,
ancora una volta, dimostra il suo ultimo lavoro:
Senso [Senti], presentato al teatro
KE. Chi è disponibile a
“pensare” o a “fare musica” col corpo, come
poeticamente sottintendono anche i testi dello
spettacolo, viene immediatamente rapito da quest’intreccio di luce, suono e movimento, da
queste visioni poetiche, ottenute con mezzi
apparentemente semplici. Anche una persona molto
cerebrale difficilmente può sfuggire a questi
incantesimi, tanta è la forza di un soffio che
scuote un corpo, di un intreccio di mani che si
inseguono tra loro o che sembrano inseguire un
insetto, o di tre corpi che si muovono come un unico
immaginifico organismo. Chi non si lascia prendere,
non può trovare aiuto nemmeno nei frammenti testuali
di Andreas Staudinger, che con poetica ed ironica
sapienza combina tra loro cose che difficilmente si
potrebbero pensare associabili. E quanto del resto
si combina molto bene, in questa nuova produzione
per il KE, sono il lavoro dello scrittore e del
regista con quello di danzatori eccezionali, in uno
spettacolo straordinario».
Frieda
Stank , «Kronen Zeitung», 28 febbraio 2004
«Il
“sentire” degli
attori-danzatori giunge genuino, omòfono, forte; il pubblico ne
è pervaso. Il
“ricevere” le sensazioni altrui, dei corpi in
movimento sul campo d’azione, mette quasi paura. I rumori stessi
degli organismi orchestrano la musica, creando dimensioni
altalenanti tra il metafisico e il futuristico […] stimolano non
solo l’udito ma coinvolgono più sensi, aprendo valichi da
esplorare, cui accedere con la libertà di farsi avvolgere dal
calore emanato dalla performance. […] Lo spettacolo diventa
graffito di anime parlanti attraverso autonome dimensioni tese
all’occulto che sprigiona dai sensi. La sospensione tra materia
e spirito contempla la visione di dettagli appartenenti ad una
componente terrestre, quasi carnale. […] Lavoro che aderisce ai
migliori livelli europei, esemplare, unico in Italia. A Crisafulli si riconosce il merito d’aver individuato e studiato
esigenti percorsi teatrali; ne esalta le peculiarità con lo
stile ormai noto che va al di là dell’estetica, pur nitida e
accattivante, non si sofferma sulla lusinga dell’etica, e varca
il confine delle aspettative. On stage, la commovente
delicatezza di Alessandra Cristiani, l’essenziale plasticità di
Giuseppe Asaro, il vigoroso equilibrio di Carmen López Luna e la
suadente voce di Angie Mautz […]. Riconferma lo spessore e la
validità della ricerca di matrice italiana di Crisafulli, sempre
più apprezzata dalle ribalte europee».
Marta Limoli,
«Primafila»,
luglio 2004
«Il corpo,
la luce, il suono, l'immagine, il tempo. Elementi sinergici, in
tutte le creazioni dell'artista siciliano, che concorrono a
formare un unicum suadente e coeso, capace di catturare i sensi
e di stimolare emozioni nel pubblico. [...] I tre danzatori qui
impegnati in scena [...] si offrono quali elementi dinamici di
un campo d'azione dove essi "reagiscono" ponendosi in stretta
relazione con gli oggetti, la luce, il suono, la voce.
All'eloquenza delle pulsioni fisiche si accompagna, dunque,
l'ineffabile mistero di una sensibilità tattile, uditiva e
visiva divenuta materia prima imprescindibile dal tutto: canale
"fisiologico" di conoscenza attraverso il quale addentrarsi, non
senza un pizzico di sana ironia, nei rumori, negli stridori e
nei "controsensi" della realtà quotidiana».
Laura Novelli, «Il Giornale», 18 febbraio 2006
«Molto
bello, molto complesso, molto rigoroso l'ultimo spettacolo di
Fabrizio Crisafulli Senti (Senso. Human Noises). Bello perché
formalmente ineccepibile. Complesso perché attraversato da uno
spirito indicibile e inafferrabile, com'è inafferrabile ogni
senso. Rigoroso perché primordiale, fatto di poche cose, e
pregnante allo stesso tempo. [...] Il richiamo del regista alla
natura sinestetica del teatro mi ha fatto ricordare
l'affermazione di Nietzsche ("Corpo io sono in tutto e per
tutto, e null'altro") e il grido di Artaud ("Che hai
fatto del mio corpo, dio?"). [...] Senti è uno
spettacolo sulle percezioni fisiche. L'attenzione è rivolta alla
piccola cosa invece che alla grande cosa. Molti
drammaturghi e registi, avendo a disposizione il poco per andare
a significare il molto, cercano l'assoluto ideologico e trovano
il velo della superficie, che è immenso. In questo caso, il poco
è il contenuto che va in cerca della forma nella quale si
manifesta l'informe (per dirle con Hölderlin) e nella quale si
esprime l'inesprimibile (per dirla con Benjamin): la quantità
minima diventa una qualità massima e lo spettacolo si presenta
come una piccola cosa posta sull'orlo dell'abisso. Questa
piccola cosa mi ha donato il piacere di una leggerezza che dura
nel tempo. Sono convinto che Crisafulli sia un poeta, perché
agisce in modo leggero. Ed è leggero perché insegue il sogno. La
sua poesia sta sotto la poesia della scrittura scenica, che fa a
meno del testo, che è il testo, che produce semmai un testo
drammaturgico di retroazione. E' la poesia vera. Poesia senza
forma e senza testo. Non nasce dall'aura poetica, ma dal
comportamento poetico assunto dall'autore rispetto alle cose che
osserva/racconta».
Alfio Petrini, «Amnesia vivace», (http://www.amnesiavivace.it),
n. 17, marzo 2006
«[Un] ragazzo, solo,
sdraiato sul pavimento come il Cristo del Mantenga, arcua il
torace, poi il bacino, poi le spalle, seguendo lo stimolo del
suono, che è musica, rumore, voci. […] Le cose si succedono,
piccole, enigmatiche, imprevedibili, e riescono ad accendere
l’aspettativa. […] I gesti si svolgono senza clamore, seguendo
una logica che non concede spiegazioni, ma crea un’irragionevole
complicità con chi guarda. L’effetto ipnotico è completo e
diventa secondario l’interesse per quella che è l’idea che ha
mosso Crisafulli nel creare Senti, parlare dei cinque
sensi. Sembrava non fosse più possibile sorprendersi di alcunché
a teatro. Invece in questo caso sembra di viaggiare in un mondo
inedito, ma non straniero. Un pianeta abitato da creature […]
che lanciano con leggerezza piccoli messaggi, che, per sentieri
sotterranei, arrivano a destinazione».
Gianna Gelmetti, «Sipario», n. 682, aprile 2006
«L’ultimo
spettacolo, Senti, visto a Roma
lo scorso febbraio, esplorazione dei sensi, della percezione,
dell’umano sentire, comunque affettivo, spostava l’erotismo
dalla superficie e dal voyeurismo riportandolo all’ineffabile,
alla forma; operazione di autonomia radicale oggi, di grande
forza».
Silvia Tarquini, , «Arte e Critica», n.
47, luglio-settembre 2006
«Lo spazio è
vuoto, eppure denso di una luce ambrata contro
l’oscurità avvolgente dello sfondo. La giovane donna
è di fronte ad una sfera bianca confitta su una
leggerissima asta flessibile.
Le sue mani
accompagnano con
gesti le leggere
oscillazioni della sfera; il viso di fronte a quel
bianco oggetto vibrante: la leggerezza del tocco, è
una reazione nervosa, o come il contatto inaspettato
e improvviso con un altro corpo nel buio. La
relazione tra la donna e l’oggetto genera
drammaturgie toccanti ed impreviste: le progressive
accelerazioni della sfera, cui corrispondono gesti
di pari intensità, si sedimentano in subitanei
rallentamenti dell’azione, nei quali il rapporto tra
i due soggetti si struttura nuovamente mediante lo
sfiorarsi reciproco della sfera e del volto. Tenui
contatti, respiri leggerissimi, fruscii
impercettibili della sfera si caricano ancora di
ondeggiamenti improvvisi, ritmicamente scanditi:
reciproca compenetrazione, nell’oscura sospensione
dello spazio e del tempo, dei movimenti dell’oggetto
e del corpo. La donna guarda le oscillazioni della
sfera di uno sguardo che trova concretezza
nell’immediato svolgersi dell’azione, fatta di
scarti, tocchi, battiti, attese, percezioni di
quell’oggetto inanimato eppure mobile, fino al lento
dissolversi della luce. Seduta a terra, raccolta su
se stessa, la testa reclinata tra le ginocchia, la
donna sfuma nell’oscurità con gli ultimi movimenti
della sfera. Come lo svanire di una sensazione. […]
Ci sono momenti felici in cui l’organico e
l’inorganico si incontrano e si confondono, dando
luogo a drammaturgie struggenti che vivono
nell’equilibrio effimero della sospensione, in
quella zona indistinta tra lo spazio non
individuato, eppure sensibile e intimamente
riconoscibile, e il tempo che sembra apparentemente
congelare il suo fluire facendosi carico di attesa.
Momenti felici, eppure non privi di una loro
crudeltà, intrinseca e necessaria, poiché la
sospensione designa per sua stessa natura una stasi
tra un prima e un dopo, e quindi fatalmente una
fine: stigma ineludibile di transitorietà. Ci sono
momenti, cose, accadimenti, gesti che non si
dovrebbero poter dire: momenti indicibili, appunto,
la cui presenza e il cui senso si precisano nel loro
stesso apparire, sfuggendo al dato puramente feriale
e alla logica della narrazione. Momenti ugualmente
felici e crudeli come quello illustrato nella
descrizione appena trascorsa, che si riferisce a un
intenso frammento di uno spettacolo di Fabrizio
Crisafulli, Senti,
andato in scena in anteprima nel 2003 e in versione
definitiva nel 2004.
‘Senti’, appunto:
laddove il sentire, per il tramite del tessuto
visivo e sonoro dello spettacolo, va ben oltre la
bassa urgenza del dire e qualsiasi istanza puramente
mimetico-rappresentativa. Momenti che si afferrano
ma non si comprendono, sfuggendo alle strutture
razionali del pensiero: momenti che si impongono ai
nostri sensi unicamente in virtù della loro
manifestazione fenomenica, e che ci obbligano ad
assumerli in quanto tali, rifiutando impellenze
illustrative o insistite attribuzioni di
significato. Sottraendosi a qualsivoglia logica
dell’interpretazione
[...]».
Renzo
Guardenti, Scene, frammenti, visioni. Note su
Fabrizio Crisafulli, in Silvia Tarquini (a cura
di), Fabrizio Crisafulli: un teatro dell'essere,
Editoria & Spettacolo, Roma, 2010, pp. 13-14.