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Costruito sulle suggestioni del
racconto di Tanizaki Shunkinshō (La storia di Shunkin),
lo spettacolo è frutto della collaborazione tra Crisafulli
(regia e luci), Marcello Sambati (autore dei testi ed
interprete) e Giovanna Summo (coreografa e danzatrice). Il
racconto narra dell’affascinante ed altera Shunkin, nata per la
danza, che, dopo essere stata colpita a nove anni dalla cecità,
si dedica alla musica. E del suo rapporto con Sasuke, suo
allievo ed amante, che si identifica in lei al punto da
accecarsi per comprenderne pienamente l’interiore bellezza. Lo
spettacolo penetra nelle trame del racconto, cogliendone
tematiche ed atmosfere, che ripropone in forma astratta,
poetica, visionaria. Il lungo training del gruppo (con giornate
di lavoro ad occhi bendati, essendo centrale il tema della
cecità) è stato finalizzato alla sensibilità spaziale della
danza, al movimento inteso come forza interiore,
all’eliminazione di ogni residuo di virtuosismo. Il testo di
Sambati, scritto in parte durante le prove, tiene presente allo
stesso tempo il racconto di Tanizaki e il mondo costruito dagli
autori in scena. Viene utilizzato fuori campo, registrato, come
traccia poetica parallela alle azioni. Il susseguirsi di luce e
buio disegna temporalmente lo spettacolo. Forte rilievo ha la
dimensione sonora, senso acuito dei non-vedenti. Lo
spettacolo è intessuto di rumori. La sonorizzazione rende il
palcoscenico reattivo ai passi e ai movimenti.
La critica
«Detto in due sole
righe: Shō. La Bellezza finale è, e probabilmente
resterà, il miglior spettacolo di questa stagione
romana nell’area della sperimentazione. Frutto di
una collaborazione artistica fra due importanti
compagnie del teatro di ricerca, Dark Camera e Il
Pudore Bene in Vista, firmato a sei mani da Fabrizio Crisafulli per la regia e lo splendido disegno luci,
Marcello Sambati per l’adattamento liberamente
ispirato ad una novella di Tanizaki e coreografato
da Giovanna Summo, Shō, in giapponese “racconto”,
evoca sul filo di una memoria visionaria e incantata
la vicenda di Shunkin e del suo devoto
amante-servitore, interpretato dallo stesso
Sambati».
Nico
Garrone, «La Repubblica», 19 dicembre 1998
«Uno degli spettacoli più significativi di questo
stralcio di stagione […]. Un percorso scenico ad
intarsi fatto di parola profetica, gestualità
enigmatica e una scrittura, o meglio, una vera e
propria partitura di luci che si trasformano in
bellissime venature diventando così il ritratto
emozionale del corpo degli attori-danzatori. Una
scrittura si segni, quella di Crisafulli, rarefatta,
così misteriosa e levigata sulle possibilità
narrative delle ombre da ricordare un ideogramma
orientale […]. La compiutezza coreografica si
abbandona ad una natura di fondo sempre cosciente
del tema doloroso, e per questo impulsiva, complice
degli altri elementi scenografici. […] L’azione e la
“rumoralità” dei passi, quel sonoro proveniente dal
pavimento amplificato, motivano il carattere epifanico del racconto, come se la tensione creata
dai rumori e dai colpi improvvisi lo rendessero
infine un rituale muto».
Paolo
Ruffini, «Primafila», febbraio 1999
«Shō è un gioiellino stilistico, un racconto di
evocazioni, ispirato alla Storia di Shunkin di
Junichiro Tanizaki [...]. La parabola di Shunkin
diviene in Shō un mosaico di immagini rarefatte, un
racconto stemperato tra luci e ombre di cui si
coglie il riverbero delle passioni segrete, la
malinconia di ciò che non è stato, la poesia
dell’attesa. Spettacolo sempre in equilibrio, Shō
disegna il suo itinerario evocativo con
ricercatezza, tra geroglifici luminosi, suoni di
tempio e scorci da favola Zen. La regia di Crisafulli (autore prezioso anche del disegno luci)
cura i tempi al millesimo, nota essenziale per un
lavoro che si affida quasi completamente al senso
della misura. Sambati si fa presente con i testi,
lirici e sintetici fino all’haiku, mentre Giovanna
Summo è una Shunkin di bellezza struggente,
movimento rarefatto e intensità da icona. Da non
perdere per i cultori di Zen, gli innamorati delle
rarefazioni d’Oriente e per gli occidentali che
amano gli spettacoli senza tante parole e molte
emozioni».
Rossella
Battisti, «Time Out Roma», 10 giugno 1999
«I sandali di legno disseminati lungo la scena, le
maniche troppo lunghe di un abito azzurro che danza
evocando i gesti degli attori onnagata nel Kabuki,
il pavimento che lascia ascoltare l’eco dei passi
come nel dramma Nō, il suono stridulo e metallico di
uno strumento a corsa che giace a terra simile a uno
shamisen, hanno un sapore di Giappone e nello stesso
tempo indicano un luogo inesistente. La costruzione
della scena rimanda ad altro. Suggerisce piuttosto
la poesia di uno scenario irreale che obbliga
l’osservatore a socchiudere gli occhi per ritrovare
la completezza dei sensi passando attraverso le
ombre».
Maria Pia
D’Orazi, Shō: amore di tenebra, in
Lingua stellare. Il teatro di Fabrizio Crisafulli,
1991-2002, a cura di Simonetta Lux, Lithos,
Roma, 2003, p. 36
«Raffinato
gioco di seduzione, lo spettacolo è una fuga onirica
nelle atmosfere di Tanizaki tradotte in testi di
forte impatto da Marcello Sambati
[...]. È Proprio il
contrasto fra luce e ombra a delineare lo spazio
all'interno del quale la coreografia di Giovanna
Summo scandisce il ritmo dell'azione. Le nicchie
della sala, quasi materializzazione dei meandri
nascosti dell'interiorità dei personaggi, risuonano
di rumori reali prodotti dagli attori-danzatori in
un continuo rapporto tra dimensione sonora e
gestuale».
Marco Andreetti,
«Corriere della Sera », 17 dicembre 1998
«La parte sonora dal
vivo, i battiti secchi o lo strusciare dei passi sul
palco amplificato, gli zoccoli di legno riverberati,
i boati creati da Giovanna Summo-Shunkin battendo la
pianta del piede sulla pedana, il suo "concerto" con
lo strumento elettronico-ligneo, gli stessi rumori
creati dagli attori-danzatori (versi, schiocchi,
strofinìo dei vestiti), nel loro insieme creano
un'atmosfera dilatata e sacrale. Sembrano derivare
da un'idea della scena come unico, grande strumento
musicale. Il suono registrato, peraltro, deriva dal
lavoro in scena. In parte riproduce le sonorità
delle azioni e del palco, in parte le rielabora in
termini musicali. E si combina col suono vivo in
sovrapposizioni, raddoppi, scambi. In definitiva,
suono e musica derivano dallo spettacolo stesso, con
meccanismo autogenetico
[...]. La luce, in Shō, non è elemento
sovrapposto. Né estetico. Ha radici nella
costruzione del pezzo, alla quale contribuisce
sostanzialmente. Ed ha vita parzialmente
indipendente. Le ramificazioni di luce che
lentamente avvolgono la scena, le lunghe sequenze
visive che animano la piattaforma circolare di
Shunkin, sono movimenti vivi, che - ache quando,
come nel caso della piattaforma, avvengono senza
attori - non creano cesure dal punto di vista
dell'azione e della drammaturgia».
Simonetta Lux,
Lingua Stellare. Il teatro di Fabrizio Crisafulli,
cit., pp. 70-71
«Si potrebbe definire
esoterico il teatro che, agendo sulla sottrazione
dei segni, crea un pieno di significato, e sa
trasformare un minimalismo fisico in una totalità
metafisica. E' sembrato così, ricco di palese aura
esoterica, lo spettacolo Shō. La Bellezza finale
creato dal regista Fabrizio Crisafulli,
dall'attore-autore Marcello Sambati e dalla
danzatrice Giovanna Summo. [...] Il lavoro teatrale
sospende qualsiasi pretesa narrativa per darsi come
una composizione scenica rarefatta e raffinata. Dove
si intrecciano e si armonizzano i giochi di luce e
tenebre con i radi, icastici versi neo-orfici detti
da Sambati; le geometriche traiettorie dei
danzatori-servi di scena con i movimenti circolari
da coreografia sur place e la nudità
rubensiana di Giovanna Summo-Shunkin; i rumori di
zoccoli di legno che si moltiplicano nello spazio
come celibi tracce con il noise-sound di una
bizzarra chitarra-scultura. Il regista Crisafulli
dispone pochi essenziali segni, fortemente allusivi,
carichi di non-detto e della libidine
dell'inesprimibile, che finiscono per restituire
tutto il senso del prezioso e fantastico, nonché
masochistico erotismo della storia. E per consentire
agli spettatori-ciechi, come afferma Tanizaki, "di
vedere le cose che gli erano rimaste segrete fino
allora"».
Marco Palladini, I
teatronauti del chaos. La scena sperimentale e
postmoderna in Italia (1976-2008),
Fermenti, Roma, 2009, p. 100

Carmen López
Luna (foto Le Pera)
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