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Sonni - 1995
 

Francesca Limana

 

 

ideazione e scrittura scenica Fabrizio Crisafulli, Daria Deflorian. Testi di Yasunari Kawabata, Yukio Mishima. Regia, scena, luci Fabrizio Crisafulli. Con Daria Deflorian, Patrizia Tagliolini, Francesca Limana, Felicita Platania. Costumi collettivi. Collaborazione artistica Adele Mirabella. Collaborazione tecnica Francesca Nunziante, Maja Vuurmans. Assistente alla regia Felicita Platania. Musiche Pasquale Filastò. Sonorizzazione Massimo Di Rollo. Produzione Il Pudore Bene in Vista; in collaborazione con: Comune di Ciampino, Assessorato alla Cultura; Japan Foundation, Roma.
prima presentazione: Ciampino, rassegna Incanti, Teatro Laboratorio, 13 maggio 1995.


Primo lavoro di quello che verrà in seguito definito “Progetto Giappone”.  Incentrato sui temi della notte e del desiderio, utilizza per frammenti testi di Yukio Mishima e Yasunari Kawabata, inglobati in un fitto intreccio di parole, spazio, luce, suono.  Pur non avendo struttura narrativa, fa riferimento ai temi, ai climi, agli enigmi del racconto di Kawabata La casa delle belle addormentate. Sullo stesso racconto si baserà anche il successivo Le Addormentate, rispetto al quale Sonni costituisce un pur autonomo e compiuto approccio preliminare. Tema del racconto sono le visite del vecchio Eguchi ad una casa d’appuntamenti segreta dove, introdotto dalla maitresse, gli è data possibilità come agli altri anziani avventori di dormire accanto ad una vergine addormentata di volta in volta diversa. E dove la vicinanza di quel corpo giovane, il suo odore, il respiro, i piccoli movimenti, il sonno profondissimo, risvegliano in lui dopo una fase di inquietudine una nuova vitalità capace di cambiare i sogni. Nello spettacolo la vicenda è traslata su un piano allo stesso tempo carnale e metafisico, e organizzata in un dispositivo spaziale di tipo speculare. La scena è doppia. Vi avvengono azioni uguali e contemporanee. La stessa maitresse e le “addormentate” sono personaggi doppi.  Anche il pubblico è diviso in due blocchi, ognuno dei quali ha dello stesso accadimento una visione frontale ed una laterale; una da vicino e una da lontano, quasi fossero una visione “pubblica” ed una “privata”. Del mondo di Kawabata viene colto il fascino di universo silenzioso, fuori dal tempo, animato da apparizioni di donne: enigmi che chiedono di essere decifrati. La luce è vera e propria scrittura parallela, fatta di incisioni, “geroglifici”, tagli conturbanti nell’architettura e sui corpi.

La critica

«Performance conturbante e intensa su testi di Yasunari Kawabata, basata su meccanismi visivi di specularità e di doppio punto di vista del pubblico».
Manuela De Cardona, «Primafila», n. 27, gennaio 1997

«Al Teatro Laboratorio di Ciampino, dove avete realizzato Sonni, il pubblico - diviso in due settori uno frontale all’altro lungo una diagonale dello spazio quadrato - assisteva a due azioni quasi uguali: una semifrontale e più distante, l’altra semilaterale e più vicina. Un enigma. Un dispositivo ottico quasi speculare, con un particolare discorso sullo sguardo dello spettatore…
L’idea era di rendere compresenti due sguardi. Le due scene uguali e contemporanee cui il pubblico - col suo doppio punto di vista - assisteva, erano percepite diversamente. Come se lo spettatore - che muoveva lo sguardo da una zona all’altra - potesse osservare sia da fuori che da dentro. E la stessa scena avvenisse contemporaneamente “in pubblico” e “in privato”.  Anche lo stato d’animo e il “movimento” attore-spettatore erano doppi. Da un lato si produceva un’“oggettivazione”: l’azione veniva svincolata da un tempo e da uno sguardo unici e personali. Dall’altro - per quella stessa doppiezza - una relativizzazione. E si aveva una compresenza di dettagli e “mondo”, di assoluto e individuale.
All’enigmaticità contribuivano in maniera sostanziale, oltre che questo dispositivo, anche il tipo di immagini da te create. Da quali aspetti del racconto di Kawabata sono venute le idee visive?
Sintetizzando anche qui, direi che importanti motivi ispiratori delle immagini sono stati il calore e l’odore della “casa chiusa”, tradotti da elementi che mi avevano colpito nella lettura del racconto: le stufe e le saponette. Oggetti che hanno poi perduto sulla scena ogni connotazione quotidiana. In Sonni ho impiegato le stufe - quelle di vecchio tipo, a resistenza elettrica - come luci e come segni. Erano emblemi che contrassegnavano i due luoghi quasi speculari delle “addormentate”. Il loro calore era ben avvertibile dalle attrici, e - date le caratteristiche e le dimensioni dello spazio - dal pubblico. Avevamo collegato le stufe ai dimmer, in modo tale che il calore e la luce delle resistenze potessero essere regolati a diverse intensità, entrando a far parte dello svolgimento percettivo dello spettacolo.  Era un modo per rendere, con quella luce fioca e rossiccia, e col calore reale, l’atmosfera cupa della casa. Ma non solo. Quei segmenti di luce rossa facevano da coagulo rispetto alle azioni e agli altri elementi visivi. Individuavano nel buio i due giacigli-catafalco delle ragazze. E nel corso dello spettacolo si componevano con le azioni e con le altre forme»
Simonetta Lux, Oltre il linguaggio. Intervista a Fabrizio Crisafulli, in Id. (a cura di), Lingua stellare. Il teatro di Fabrizio Crisafulli 1991-2002, Lithos, Roma, 2003, pp. 61-62

 

 

 

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