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Primo evento di un progetto triennale di “teatro dei luoghi” a Formia. Unisce interventi di diversi artisti e compagnie in un
percorso in siti archeologici. Il punto di partenza, dal quale
il pubblico si sposta con navette, è la piazza del Municipio,
sede anche del Museo Nazionale Archeologico; il punto di arrivo,
la Tomba di Cicerone. Così Crisafulli descrive il passaggio
dalla città allo spettacolo:
«Alla partenza, avevamo
creato sulla facciata del Comune un grande “dipinto” di luce; un
“manifesto” dell’evento. Proiezioni dall’esterno si combinavano
con luci provenienti dalle stanze: quelle dei vigili e degli
impiegati comunali che partecipavano al progetto. Un modo di
rendere partecipi quei luoghi –
che erano parte del lavoro preparatorio
– al risultato stesso. Il passaggio da una situazione
ancora quotidiana ad una extraquotidiana si effettuava col
tragitto in navetta. Dopo alcuni minuti dalla partenza, in un
punto determinato del percorso, le luci interne dell’autobus che
si dirigeva lungo la via Appia venivano spente. La reazione del
pubblico era di perplessità. Silenzio. Dubbio che non si
trattasse di un normale trasporto da un luogo ad un altro. Dopo
qualche minuto, il mezzo entrava in una zona di campagna che
avevamo fatto chiudere al traffico ed oscurare, spegnendo
l’illuminazione stradale. Il pubblico veniva a trovarsi dentro
l’autobus immerso nel buio (con i soli fanali dell’automezzo
accesi). E si azzittiva totalmente. Giunto di fronte alla
Fontana di S. Remigio, il conducente fermava il mezzo e spegneva
anche i fari dell’autobus. Nel buio e nel silenzio totali
appariva, attraverso i finestrini della navetta chiusa, il
monumento romano ridisegnato dalla luce. Nella sua parte alta,
una figurina bianca dai movimenti concitati e continui. Un’icona
videoproiettata messa lì a sostituire le antiche icone di pietra
che appartenevano alla fontana. Dal buio della campagna sbucava
un attore, con un lume in mano. Bussava alla portiera della
navetta, che veniva aperta. Dentro l’autobus, mentre permaneva
la visione della fontana, diceva dei brani da La natura
divina, in cui Cicerone si interroga sull’aspetto degli dèi.
Poi le portiere si chiudevano. E la navetta ripartiva verso la
Tomba di Cicerone, dove, tra il giardino e l’interno del
monumento, un gruppo di attori lavorava alla parte “centrale”
dello spettacolo»
(intervista a cura di Vittoria Biasi, in Aa.Vv., Teatro dei
luoghi, a cura di R. Guarino,
gatd, Roma, 1998).
La critica
«Fabrizio Crisafulli,
regista-cult della ricerca teatrale romana, è
riuscito ad illuminare i tre monumenti
dell’itinerario con suggestivi e poetici effetti di
luce [...]. Spirito dei Luoghi è l’occasione per
addentrarsi in paesaggi inaspettati, per immergersi
in atmosfere poetiche, per osservare con occhi nuovi
natura ed archeologia».
«Il Tempo»,
20 settembre 1996
«Tre serate con milleduecento prenotazioni da parte
di visitatori entusiasti di questo itinerario
originale, che mira a rivitalizzare questi siti ed a
ricollegarli alla vita contemporanea [...]. Attori e
danzatori delle Compagnie Dark Camera, Segnale Mosso
e Il Pudore Bene in Vista fanno vivere momenti di
grande suggestione».
«Il
Messaggero», 21 settembre 1996
«La cura artistica della manifestazione-evento è
stata affidata a Fabrizio Crisafulli,
architetto-regista romano, capace di impiegare la
luce in maniera raffinata e poetica, e di trarre
efficacemente spunto dai luoghi, dagli spazi,
dall’architettura, nella costruzione dei suoi pezzi
teatrali [...]. Le scelte artistiche del progetto
sono andate in una direzione che contempera il
rispetto delle testimonianze storico-culturali,
delle memorie e delle presenze
fisico-architettoniche dei siti, con un tipo di
intervento di grande chiarezza e spettacolarità.
Convivenza che, sulla carta, potrebbe sembrare non
facile, ma che ha funzionato ineccepibilmente, dato
il radicarsi estremamente preciso dell’evento nei
caratteri e nelle forme delle preesistenze
archeologiche. E la sua alta qualità artistica».
Giuseppe
Barbieri, «Gulliver», n. 10, ottobre 1996
«Figure, danze, testi, suoni, appaiono come
attecchiti nella pietra. Sembrano prendere forma
dall’architettura. O dalla storia. Senza mai cadere
nello scontato. Con una forte componente, anzi, di
visionarietà. Ed è forse questo l’aspetto che
maggiormente qualifica lo spettacolo come esperienza
assolutamente originale. Cinque figure femminili
appaiono immobili dentro altrettante nicchie. Non
sono, tout-court,
“statue romane”. Dopo che il
pubblico è rimasto immerso nel buio, emozionato,
quasi intimorito della registrazione di uno stormire
di uccelli, con i loro ramoscelli di ulivo in bocca,
costituiscono una immagine fervida. Carica di
suggerimenti per la fantasia di chi guarda. Non c’è,
nei movimenti degli attori, nelle danze o nei
costumi dello spettacolo, niente di oleografico. Ma
si sente un legame con qualcosa di antico.Con ciò che di antico è ancora in noi. Il linguaggio
dell’avanguardia teatrale sembra trarre
vantaggio da questa associazione con il passato e
con il luogo vissuto».
Adriana
Ginammi, «Peccettum», n. 9, dicembre 1996
«Grande spettacolo-percorso all'aperto [...] di
notevole impatto, anche per la sua capacità di far
riscoprire i monumeti - assunti quali fonti della
creazione teatrale - come entità vive e
contemporanee».
Manuela De Cardona, «Primafila», n. 27, gennaio 1997
«Quello di Formia è un progetto basato
sull'interazione tra luogo, teatro, arti visive,
attore, musica, danza, in cui non esiste più lo
spettatore, ma un viaggiatore che attraversa
lo spazio dell'evento. Una forma di teatro che
ridefinisce l'identità collettiva e il rapporto con
la memoria. [...] È una delle esperienza teatrali in
cui la città diventa il soggetto stesso della
rappresentazione, in cui lo spazio viene considerato
nel rapporto costitutivo con la drammaturgia, il
lavoro dell'attore e il pubblico, al punto che
l'azione teatrale viene a costituirsi come una
lettura del territorio [...] Crisafulli interviene
in maniera non invasiva nei confronti del luogo. Il
luogo si costituisce come momento di scoperta, di
sintesi tra memoria ed esplorazione».
Roberta Baldassarre, Metamorfosi delle
architetture teatrali, Gangemi, Roma, 2006, p.
108 e p. 112.
«[…] dice Peter Brook:
“Il luogo incompiuto o abbandonato, vuoto ma che
testimonia una memoria, è disponibile all’evento di
rappresentazione che lo realizza. La cosa importante
non è lo spazio in senso teorico, ma lo spazio in
quanto strumento”. Una razionale applicazione di
queste tesi si è avuta quando alcuni anni fa a
Formia da parte della compagnia Il Pudore Bene in
Vista di Fabrizio Crisafulli sono stati realizzati
grandi spettacoli-percorso. I primi due in siti
archeologici, il terzo in un complesso
sportivo-modello: prove che non avevano niente in
comune con il vecchio teatro di strada, né con la
tensione ad “uscire dai teatri” come si configurava
negli anni ’60 e ’70. Percorsi che affrontavano il
tema del luogo a partire dal luogo stesso. E il
rapporto con il pubblico attraverso l’identità
locale, attraverso un approccio meditativo e
visionario che punta alla ricerca di nuove forme di
appartenenza nel quadro della cultura contemporanea.
Un metodo del tutto moderno che i teatranti di una
volta non si sognavano nemmeno».
Ettore Zocaro,
I paesaggi di Dioniso, Editoria & Spettacolo,
Roma, 2008, p. 65

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