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> SPETTACOLI  DEI  LABORATORI <

 


                                                        Magnetico. 2004. Foto di Milka Panayotova    
                                      
 

 

FIRENZE, 2004-2008. Accademia di Belle Arti

Spettacoli:  Magnetico (2004), in collaborazione con Scandicci Cultura, Teatro Studio di Scandicci, compagnia Krypton-Progetto di residenza al Teatro Studio; Magnetica City (2005), in collaborazione con Scandicci Cultura, Teatro Studio di Scandicci, Compagnia Krypton, Progetto di Residenza Teatrale; City inside (2008), rassegna "Scenari digitali", a cura di Giancarlo Cauteruccio, coordinamento Pietro Gaglianò, in collaborazione con Scandicci Cultura, Teatro Studio di Scandicci, Compagnia Krypton; Magnetico # 2 (2009), in collaborazione con Scandicci Cultura, Teatro Studio di Scandicci, compagnia Krypton.

 

L’AQUILA, 1997-2007. Accademia di Belle Arti

Spettacoli: Not at all (1997); Metamorfosi dei corpi (1998), in collaborazione con altri corsi dell’Accademia e con la Società dei Concerti dell’Aquila; Il mondo sonoro di Escher (1999), in collaborazione con altri corsi dell’Accademia e con Officina Musicale; Sedici Noni (2001); Tempo di cottura (2003); Quadri di un'esposizione (2007).

 

LONDRA, 1995. University of Greenwich, School of Architecture and Landscape

Spettacoli: Circus Space Facade Performance (1995), in collaborazione con Corine Delage e Andrew Minchin (solo progetto).

 

URBINO, 1992-1999, Accademia di Belle Arti

Spettacoli: Quadri di un’esposizione (1993); Scena in scena (1994); Aula (1995); Boite (1996); Tracce (1999).

 

CATANIA, 1983-1992, Accademia di Belle Arti

Spettacoli: Il cielo non si vede mai (1989); Tutti fitti (1989); Non mancano i buoni esempi (1989); Il Pudore Bene in Vista (prima versione breve, 1990); Or or (1990); Fog-Malevič (1990); Nik (1990); Perturbazione Elevazione Abbassamento (1990); Nik 2 (1992); Nathaniel (1992).
 


I laboratori, condotti nell’ambito dell'attività di insegnamento (la maggioranza, nei corsi di Scenotecnica delle Accademie di Belle Arti), si basano sulla ricerca delle capacità di autonoma costruzione drammaturgica della scena, degli oggetti, della luce. A partire dal 1989, hanno dato luogo a una ventina di brevi spettacoli sempre presentati al pubblico incentrati sulla possibilità di creare pezzi definibili propriamente teatrali in assenza di testo e di attori. In essi la tecnica è intesa non come fattore neutrale ed esclusivamente funzionale, ma portatore di poesia. Alcuni esempi:

City Inside (2008) è il terzo momento del progetto pluriennale pensato con Scandicci cultura; come i lavori precedenti è incentrato sulla luce. Dove Magnetico era un vero e proprio lavoro teatrale, con un arco temporale basato su un gioco serrato di scambio tra la scena e la luce attraverso l’impiego di dispositivi di animazione digitale, Magnetica City costituiva invece un’installazione visivo-sonora urbana: la facciata di un edificio neorazionalista era assunta come struttura generatrice di forme geometriche in movimento, per produrre – con un sistema di luci e videoproiezioni – un’architettura virtuale mobile sovrapposta all’architettura reale. L’edificio “eseguiva” uno “spettacolo” incentrato sui movimenti ritmici e le colorazioni variabili delle sue parti. City Inside continua la ricerca sui dispositivi di scambio tra luce e oggetto. Parte da Magnetica City e ribalta il procedimento. L’animazione digitale realizzata per quell'installazione viene assunta come elemento “formante” rispetto agli elementi scenici organizzati sul palco del teatro. Le videoproiezioni di Magnetica City, destrutturate e spazializzate, costituiscono l’asse portante di un intervento nuovo nel quale è presente la memoria dell’intero processo pluriennale.

Magnetica City
(2005).
In continuità con le esperienze laboratoriali del 2004, che hanno dato luogo allo spettacolo di luce Magnetico, anche Magnetica City è uno spettacolo di luce. Ma questa volta  si svolge in esterno, ed ha per protagonista l’architettura. Non un lavoro di “illuminazione” dell’architettura. Semmai una “performance” dell’architettura. La facciata dell’edificio neorazionalista dell’Informagiovani a Scandicci, è stata infatti assunta come generatrice di forme geometriche in movimento, in modo da produrre con un sistema di luci e grandi videoproiezioni una sorta di architettura virtuale mobile sovrapposta all’architettura reale. L’edificio “esegue” in tal modo uno “spettacolo” incentrato sui movimenti ritmici e sulle colorazioni variabili delle sue parti. E sul suono. Il lavoro, realizzato dal Corso di Scenotecnica e dal Laboratorio di Illuminotecnica è parte di un progetto di workshop permanente, denominato Luce Attiva, condotto in collaborazione con la Facoltà di Architettura, Progettazione per la Moda e Prodotti per lo Spettacolo, e con la Fondazione Targetti, finalizzato alla formazione degli allievi di Accademia e Università alla creazione, all’allestimento e alla produzione di eventi estetici negli spazi urbani contemporanei.

Magnetico (2004), realizzato dal laboratorio all’Accademia di Firenze in residenza presso il Teatro Studio di Scandicci, è anch’esso uno spettacolo senza attori, creato nella scena a “scatola nera”. In esso “gli elementi inanimati assumono ruolo attoriale e la tecnica non è elemento strumentale, ma poetico. I riferimenti storici per una ricerca di questo tipo si legge ancora nel programma dello spettacolo non sono pochi. Forme di teatro senza attori (oggettuale, automatico, di luce), si sono succedute in tutti i periodi storici: dagli spettacoli antichi di automi (a partire almeno da Erone Alessandrino), alle esperienze delle avanguardie artistiche della prima metà del Novecento (ad esempio, dei futuristi Balla, Depero, Prampolini; o di esponenti del Bauhaus come Moholy-Nagy, Kandinskij Hirschfeld-Mack), fino alle neo e post avanguardie. Ad alcuni di questi esempi si è fatto riferimento (il titolo stesso è un indiretto omaggio al “Teatro Magnetico” di Enrico Prampolini), ma con spirito e modi del tutto nuovi. Qui istanze simili a quelle, ad esempio, di esperienze storiche come la “sintesi scenica astratta” o la “pittura di luce” assumono connotazioni completamente nuove, combinandosi con il portato tecnico-poetico della scena digitale e delle nuove metodologie, tecniche e sensibilità del montaggio. E sono inevitabilmente parte di uno sguardo contemporaneo: disincantato, ironico, carico di memorie” (programma di sala, Teatro Studio di Scandicci, 8 giugno 2004).

Di Scena in scena (Accademia di Urbino, 1994), dice Crisafulli: «spettacolo di circa un’ora, presentato nel teatro dell’Accademia, e, in seguito, al primo festival OperaPrima di Rovigo. Il titolo del lavoro dichiara le sue caratteristiche: protagonista dello spettacolo è la scena. La prima parte del pezzo – presentata già l’anno precedente al Festival urbinate Teatrorizzonti – si basa sul poema musicale Quadri di un’Esposizione di Mussorgskij. La seconda costituisce una sorta di ironico “smontaggio” della prima. E' ormai chiara - entro il percorso di ricerca delineato di anno in anno dai laboratori - l'idea che le forme possano essere pensate e organizzate in modo da acquisire autonoma capacità di strutturazione poetico-drammaturgica. In modo da istituire – pur in assenza di attori e di testo – un sistema coerente di motivazioni e di conseguenze, di anticipazioni e di ritorni, estraneo ad ogni discorso puramente estetico o effettistico. Ci aiutano ulteriormente in questo – in occasione del lavoro per Quadri di un'esposizione - le teorie di Kandinskij, il quale a lungo si era dedicato a questi temi e che dall'opera di Mussorgskij aveva tratto l'omonima composizione scenica: l'unica, tra le sue, da lui effettivamente realizzata (Dessau, 1928). E' anche definita, in alcuni dei laboratori, l'idea della scena non come strumento, ma come "universo", dove tutte le componenti e i dispositivi sono anche elementi poetici e simbolici, portatori di memoria (memoria dei materiali, della scenotecnica, dello spettacolo…ma non solo), capaci di evocazioni e di "racconto". E' all'interno di quest'idea che la tecnica diviene meccanismo drammatico, e gli studenti-macchinisti, particolari figure di "attori". Il sottotitolo scelto per Scena in scena – "Dramma della scenotecnica" – è indicativo di queste scelte. L'analisi della messinscena kandinskijana, ci induce a concepire il lavoro come omaggio al grande maestro russo, ma non come riproposizione del suo spettacolo. La fase di studio mette in evidenza un problema rilevante per le scelte di impianto: la musica di Mussorgskij è strutturata sull'idea di una visita ad una mostra di pittura, e si divide in "promenades" (corrispondenti agli spostamenti del visitatore nello spazio espositivo) e "quadri" (relativi alle immagini e ai temi delle opere in mostra: che sono di tipo narrativo-figurativo): la restituzione scenica di Kandinskij assume questa divisione come strutturante. Affida, quindi, le linee generali dell'impianto del pezzo a qualcosa di esterno al lavoro in scena sulle forme. Riferendosi ad una "storia" - per quanto semplice - e a precise immagini e figure preesistenti: adottando in tal modo quella che è una relazione tipica del teatro di testo. Tentiamo un'altra strada: riportare la prerogativa di strutturare il pezzo essenzialmente all'interno delle forme e delle tecniche sceniche. Cercando di creare una tessitura di "azioni" (azioni, appunto, di forme e di tecniche) che, pur necessariamente mantenendo la suddivisione in "promenades" e "quadri" espressa dalla musica, tuttavia ne attraversi fluidamente le parti e si strutturi secondo proprie ragioni interne. Si cerca di non cadere nella semplice "successione di quadri in movimento", per tentare un discorso prettamente teatrale. In termini di consequenzialità, fluidità, ritmo, ci viene in aiuto anche il tipo di cultura visiva nella quale siamo immersi: alimentata dal cinema, dall'abitudine a modi avanzati di associazione e di montaggio, dai viedoclip, dalla pubblicità televisiva nelle sue espressioni migliori, dalla videoarte, dal computer. Un altro concetto-base adottato – anche sulla scorta di precedenti assunti dei laboratori – è quello di "luce positiva": luce, cioè, non come funzione per vedere, ma come oggetto di visione. Come materia viva, mobile. Luce, quindi, come figura e come azione. Con capacità di costruzione e tessitura. La prima parte del lavoro (Quadri di un'esposizione) ha come protagoniste la luce, l'immagine, l'immateriale. E' un flusso di visioni in cui il rapporto consueto tra scena e luce si ribalta: è la prima a farsi funzione della seconda, e non viceversa. Forme, colori, movimenti creano una precisa struttura di ritorni, richiami, risonanze. I "temi" dati, appartenenti ai singoli quadri, affiorano da questa tessitura, senza intervenire in maniera sostanziale nell'impianto. Il quale è costruito dalle forme che attraversano le sezioni musicali-tematiche, assunte e organizzate in modo da creare una pluralità di piani di lettura. La seconda parte, titolata "Soqquadri", e che definiamo "dramma dello smontaggio", è una specie di graduale smantellamento "costruito" della prima. Non basato su una traccia musicale esistente. Il sonoro, in parte riprodotto (voci registrate di artisti visivi, come Marcel Duchamp, Joseph Beuys, Joan Jonas, ed altri, significativi per il discorso che si sta conducendo), in parte scenico, viene creato insieme al resto. Strumenti e meccanismi si scoprono gradualmente, divenendo figure, evocazioni; i macchinisti muovono cantinelle e spezzati, in modi "inspiegabili"; si muovono con gesti enigmatici; il sottopalco traspare; le carrucole - non ingrassate - cigolano; le americane riportano a terra gli elementi uno dopo l'altro. Con punte di protagonismo degli oggetti, degli strumenti, dei dispositivi tecnici. Alla fine la scena è totalmente scompaginata, accasciata; i muri di fondo messi a nudo. Gli oggetti si ricompongono in una sorta di saluto finale. E tutto questo racconta una "storia": una vicenda surreale, con protagonisti persone, materiali, congegni che stanno dietro le "forme" protagoniste della prima parte. Tale tipo di lavoro ha certamente delle relazioni con quanto altrove, in riferimento a uno dei filoni di ricerca che conduco con la mia compagnia, ho chiamato "teatro dei luoghi" (assumere il luogo come "testo": come "materiale" di partenza, che struttura la creazione teatrale). Se il "luogo" è il palcoscenico, ecco cosa succede. E altre volte (ad esempio, Aula, Accademia di Urbino, 1995; Not at all, Accademia dell’Aquila, 1997), spostando l'attenzione dal palcoscenico agli spazi dove si tengono le lezioni e dove gli studenti disegnano, l'utilizzazione di quell'idea ci ha portato ad un tipo di lavoro basato sui caratteri, le memorie, la trasfigurazione fantastica degli ambienti di studio» (da Drammaturgia della tecnica, in “Teatri delle Diversità”, n. 18, giugno 2001).

Aula (1995), realizzato dal laboratorio dell’Accademia di Urbino, è un’applicazione del concetto di  “Teatro dei luoghi” alla scuola. Si legge nel programma di sala (rassegna Schede di Teatro, Urbino, giugno 1995): «È un’operina buffa sul tema della classe. Sulle tracce, anche, di Die Schulmeister di Telemann (alcuni brani sono utilizzati nella performance) e del Maestro di Cappella di Cimarosa. Attraverso libri e film sull’argomento. Pensando pure a I temi di Fritz Kocher di Walser. Vi si cerca di affrontare, con non poco divertimento, un tema molto sentito, usando lo stesso spazio, i materiali, gli arredi del luogo in cui si lavora tutti i giorni. E il suo giardino. Con un particolare uso delle luci, del video, dei movimenti degli oggetti e delle persone. L’aula può allora trasformarsi in un luogo di torture o delizie. Uno studio di progettazione? Un ristorante? Il pubblico può raddoppiarsi come in uno specchio, con l’apparizione improvvisa di una seconda gradinata piena di gente, di fronte a quella degli spettatori “veri”. E, in fondo allo spazio, all’esterno, un bosco rivelarsi inaspettatamente, per poi essere smantellato albero dopo albero con mosse fulminee da studentesse in corsa al ritmo dei rumori di laboratorio: seghe, martelli, scintille. E la lezione essere sostituita da istruzioni inspiegabili, con esilaranti riferimenti gastronomici. E queste essere contrappuntate da una misteriosa rassegna di gesti dell’intera scolaresca femminile».

Fog-Malevič (1990) è uno degli spettacoli realizzati dai laboratori dell’Accademia di Belle Arti di Catania. In esso, stati atmosferici e di “finta natura” lasciano gradualmente posto a forme geometriche che si compongono e scompongono nello spazio. Il passaggio è costruito secondo precisi criteri di drammaturgia visiva. E fa anche riferimento ad uno scritto sulle “forme transitanti” di Kasimir Malevič, cui il lavoro è dedicato. Il dispositivo tecnico, entro la scena a scatola nera, è basato principalmente sulla dinamica costante di una serie di tulle bianchi e di fondi neri, che interagiscono in termini di movimento, riflessione e trasparenza con le luci, le proiezioni, i materiali riflettenti. E con il suono. Gli elementi sono manovrati da un gruppo di studenti-macchinisti-poeti tramite tiri contrappesati. La qualità muscolare dei loro movimenti è mantenuta, per dar luogo a una sorta di “danza della scenografia”.


                                                                                  
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